Non lasciamoci incantare dall’apparente linearità della narrazione di Caterina Ceccuti: l’analisi psicologica
Non lasciamoci incantare dall’apparente linearità della
narrazione di Caterina Ceccuti: l’analisi psicologica che sa compiere dei
personaggi che forniscono linfa vitale ai suoi romanzi, la capacità di
scandagliare situazioni ed emozioni, hanno profondità abissali.
Lo aveva già dimostrato nell’avvincente romanzo che ha preceduto questo, Ti insegnerò
la notte, lo riconferma nella sua nuova, recentissima creazione che ancora una
volta sa evocare una sorta di “realismo magico” che indaga sotto le apparenze, sa
guardare negli occhi, profondo e spesso oscuro specchio dell’anima, e nelle
mani (tormentate, corrose da un nervosismo che spinge a mangiare unghie e
pelle, senza sapere mai dove metterle, nel caso del protagonista dodicenne;
capaci di generare arte, nel caso della protagonista), specchio della nostra
fisicità, e stavolta lo fa attraverso un talento artistico “ribaltato” dopo una
tragedia e attraverso il sentimento di una maternità ferita, privata della sua
essenza.
Non è certo un tema facile da trattare, quello che la sensibilità non comune dell’autrice
ha il coraggio di affrontare: prostituzione minorile, consegna delle proprie fragilità
conseguenti a un trauma irrimediabile nelle mani di persone indurite da una vita
che non si cura dei sentimenti e dei bisogni altrui, rese bestie (una sorta di
Minotauro che non esita a “divorare” per profitto economico persone che sono poco
più che bambini, tra i personaggi) incapaci di considerare perfino i cuccioli, confronto
impietoso con la persona con la quale avevi costruito una vita e gettato le basi
per il futuro attraverso una maternità (un marito a sua volta annientato dalla crudeltà
degli avvenimenti); e il ripetersi di situazioni che continuano a dilaniare una
vita già deprivata di linfa e di senso, perché il dolore atroce provato dalla
protagonista di un qualunque senso viene privato. Eppure… un lenimento di
situazioni disperate viene proprio offerto dalla creazione artistica.
Con notevole capacità di intuizione, dedicando ogni capitolo, a turni non
rigidamente scanditi, alle varie dramatis personae, la scrittrice ha la felice
idea, visto che uno dei fili conduttori della trama è anche la produzione di
dipinti, di abbinare l’evocazione di colori e di loro abbinamenti alla corrispondente
presa di coscienza di sensazioni ed emozioni.
Se ricorrente fino all’espressione dell’ossessione che tormenta la protagonista
è il nero ricordato dal titolo (che, si ricordi bene, è annullamento, assenza
di tutte le radiazioni luminose), allora tuffiamoci in questo vero e proprio
scorticamento dell’animo umano e in questo confronto con la sofferenza, perché
ci si renderà conto che, coraggiosamente, qui scorre davvero il sangue delle
proprie vene e il tormento delle proprie viscere, ci si confronta con
esperienze proprie seppur trasponendole nella creazione letteraria, e, al di là
di quanto questo possa catarticamente significare per chi tutto questo elabora,
c’è la comunicazione di una serie di insegnamenti esistenziali che, senza
pretendere di scendere dall’alto, spingono a una riflessione e a una presa di
coscienza che invita a una riconsiderazione del non facile mestiere
dell’esistere.
E tutto questo viene efficacemente veicolato attraverso una prova letteraria di
livello che senza esitazione si può definire altissimo, realmente toccante e
ricco di umanità.
Data recensione: 01/10/2022
Testata Giornalistica: Nuova Antologia
Autore: Massimo Seriacopi