Nessuno sa di lui, di quel bambino che non c’è più. Non morto: sparito nel nulla, misteriosamente scomparso
La scrittrice e giornalista fiorentina affronta il lato
oscuro della società: dallo sfruttamento minorile al rapimento, nel racconto di
una madre che ha perso suo figlio e di un ragazzo di strada che ha perduto il
proprio futuro
Nessuno sa di lui, di quel bambino che non c’è più. Non morto: sparito nel
nulla, misteriosamente scomparso. Eppure la sua mamma deve averlo atteso
impaziente, aspettando nervosa il suo turno per la prima ecografia, seduta
composta, sfogliando una rivista, in una sala d’aspetto dalla luce artificiale,
e un mezzo sorriso sulle labbra che tradisce i suoi pensieri, mentre inganna
l’attesa lavorando di fantasia, immaginandosi il colore degli occhi o il taglio
della bocca. Lei distesa col vestito arrotolato sotto il seno, lui in piedi che
la guarda carica di promesse e le tiene la mano. La dottoressa spalma il gel
sulla sonda che poi appoggia sotto l’ombelico, gli occhi di tutti e tre puntati
sul monitor che sembra uno di quei primi televisori in bianco e nero, con
dentro la sagoma di un cucciolo d’uomo in miniatura. Il rassicurante sorriso di
quel camice bianco che in poche parole dice quel che basta dire, quel che basta
sapere, che la gravidanza procede bene e poco più.
C’è un momento, nella vita di una coppia, in cui il futuro sembra pronto ad
esaudire tutti i desideri desiderati. Sembra che un Genio addormentato troppo a
lungo nella Lampada si sia svegliato di colpo, e finalmente si sia deciso a uscire.
E come prima cosa abbia pensato bene di trasformare un minuscolo granello di
sabbia piantato nel ventre di una donna, in una perla, che l’ecografia disegna
in un gioco d’ombre, quasi fosse un film muto. Lui e lei che si guardano
carichi di promesse, che già si vedono prendersi in giro nel tira e molla della
scelta del nome, consapevoli che non saranno mai più soli ma felici sì, senza
dover più guardare il mondo con paura o invidia: le altre donne col pancione,
le famiglie al parco la domenica, le carrozzine coi bebè, i negozi pre-natal
che sembra siano stati aperti, preparati, addobbati con cura, costruiti mattone
su mattone apposta per loro due, apposta per loro figlio.
Badate bene: questa storia, in “Nero Addosso“, non c’è. Quella che Caterina
Ceccuti ha scritto nel suo ultimo libro, è la pagina successiva a questa
storia, una di quelle che nessuno vuole vivere, condividere, e ancor meno
raccontare. Ma che lei ha fatto, con coraggio prima ancora che con bravura. E
lo ha fatto scrivendo di una donna di fronte al dolore più grande – la perdita
di un figlio – accaduto nel modo più assurdo, un rapimento. Di una coppia con
un segreto che li unisce e li separa. Di una moglie che ha tutto un mondo
dentro, che chiede il suo tempo, che nessuno può capire o sa aspettare. Di una
vita che da un momento all’altro diventa un vicolo cieco. Di una mamma orfana
di un figlio, consapevole che oramai il suo tempo non coincide più né con gli
orologi alle pareti né con tutto il resto. E ogni giorno il mondo glielo
ricorda impietoso, e lei lo nota in ogni particolare che la circonda, anche
nelle scarpe all’ultima moda che porta la gente, quelle che “pare possiedono
tutti tranne me”. Lo ha fatto scrivendo di un luogo buio di periferia, dove il
destino chiama la protagonista di questa storia una sera qualunque, e dove,
contro ogni logica, ogni sera lei tornerà: è così che tutto comincia.
Oltre la siepe l’aspetta una disarmante realtà, fatta di sfruttamento minorile,
prostituzione, violenza, schiavitù, e quel che è peggio, a incarnare tutto
questo è un bambino di appena 12 anni. Un fruscìo oltre le foglie quella prima
sera la fa tremare, ma subito dopo la paura lascia il posto a una visione a
mezzo busto che sbuca a tradimento, ombra tra le ombre nel nero della notte.
Quel ragazzo è lì pronto a vendere il suo corpo a chi lo desidera: è così che
si incontrano. Lui sembra sbocciato tra le frasche di quella siepe, colto e
reciso già tante, troppe volte, da chi capita, da chi passa di lì, da chi ne ha
voglia. Invece di scappare temendo l’assalto di uno sconosciuto, lei si ferma
per un attimo a guardarlo, “perché una visione celeste merita ci si fermi per
approfondire”. Ha gli occhi nero petrolio il ragazzo, lo sguardo tagliente, la
giacca sdrucita sui gomiti, e piccole mani nervose che raccontano di un passato
e di un presente tormentati. “Nero Addosso”, l’ultimo libro di Caterina
Ceccuti, è un viaggio che inizia così, e sta aspettando i lettori per condurli
in una terra coraggiosa e terribile, avvolta in una nebbia che nasconde una
realtà sconosciuta, dove il prezzo della felicità non è mai troppo alto per chi
ha perso tutto.
Lidia, protagonista e antieroina
La protagonista si chiama Lidia, è una pittrice 40enne, ancora bella “nelle
linee di contorno e nei colori da tramonto” ma vulnerabile, spaesata e
soprattutto morta dentro, da quando, sette anni prima, ha perso il suo bambino
in un parco, senza un saluto e senza un rumore, sfuggito da un momento
all’altro alla sua vista e alla sua vita, sulla quale da quell’istante è calato
il sipario, il buio, il Nero che per sempre si porta Addosso, e dentro. Da
allora il Genio benigno, ammesso che sia mai esistito, pronto ad esaudire i
suoi desideri, si è ricacciato nella Lampada. Da allora il cielo della vita di
Lidia è tornato buio come la Notte, come quando sta per arrivare non un
semplice acquazzone né un temporale passeggero, piuttosto un diluvio della
peggiore ed eterna solitudine. Da allora, senza più un copione da seguire, non
si è mai saputa scrollare di dosso il senso di colpa ma, in cuor suo, non ha
mai smesso di desiderare il suo ritorno. Da allora è diventata una naufraga in
un oceano di assenza. Da allora i suoi dipinti, che prima erano perfetti nello
stile ma privi di vita, hanno smarrito la tecnica per lasciare spazio
all’emozione, come se – per un assurdo contrappasso – aver perduto l’anima
avesse permesso ai suoi quadri di guadagnarne una propria. Il parallelo con
l’arte pittorica calza a pennello, visto che sono proprio i colori, con le
emozioni che evocano, a trascinare il lettore pagina dopo pagina, fino alla
scoperta del fragile ed irrisolto mondo interiore di una antieroina dei nostri
tempi. Una notte Lidia incontra quel ragazzino dalla vita segnata dai traumi
dello sfruttamento minorile, e la sua vita si intreccia irrimediabilmente alla
sua. Vorrebbe ricomporre la matassa ingarbugliata della sua esistenza, e quel
ragazzo sembra essere il filo perso e magico di Penelope, l’ultima speranza
dopo tanta attesa. Vorrebbe salvarlo quel ragazzo, riempire il suo vuoto di
madre orfana tenendolo con sé, liberarlo dalla schiavitù e dalle sofferenze,
non lasciarlo più andare via.
L’autrice: “È il mio libro più autobiografico”
In questa storia carica di pathos, raccontata con ritmo incalzante, il lettore
è conquistato dalla trama, condotto in un valzer di emozioni tanto forti quanto
inattese, rapito dal fascino di parole e dialoghi che sembrano dosati come su
uno spartito. Straordinaria voce della narrativa italiana, la penna felice
della giornalista de La Nazione e scrittrice fiorentina, Caterina Ceccuti – già
vincitrice del Fiorino d’oro per la narrativa edita nel 2015 con “La
generatrice di miracoli”, e nella rosa degli otto finalisti del Premio
Viareggio Repaci nel 2020 con “T’insegnerò la notte” – firma un libro
coraggioso e necessario che affonda le radici nel suo passato. Caterina è
infatti rimasta orfana della figlia Sofia, di appena otto anni, e non a caso il
romanzo breve è stato inserito dall’editore Antonio Pagliai nella collana dei
tascabili “Libro verità”. Sarà presentato il 15 dicembre alle 18 nel Teatro
Niccolini, ad ingresso libero, dalla giornalista di QN Letizia Cini,
dall’editore Antonio Pagliai e dall’attore Massimo Blaco.
“Di tutti i libri che ho scritto – confessa l’autrice – è forse questo quello
più intimamente autobiografico, benché neppure in un solo rigo si parli di me
stessa. La Lidia del racconto sono io. Non nei passaggi della trama, piuttosto
nell’odissea delle emozioni, nella deriva psicologica ed emotiva che
l’esperienza della perdita comporta per un genitore, per una madre”. “Nero
Addosso” è un monito al godimento della vita quotidiana, della meraviglia
rappresentata dalla normalità. Perché il cambiamento può nascondersi dietro
l’angolo per ciascuno di noi, e la dedica delle prime pagine ne è memento:
“Alle mamme annoiate che non hanno più voglia di giocare a cucù”. “Avevo questa
storia nella testa da molto tempo – spiega Caterina – ma non sapevo come
raccontarla. Ho iniziato a farlo almeno tre volte, cancellando via via i file
per insoddisfazione. Volevo descrivere bene tutto: emozioni, personaggi, trama,
ambientazione. Ma, rileggendo, la cosa non funzionava per niente, non
assomigliava neppure lontanamente all’effetto finale che volevo ottenere. Un
giorno ho pensato che forse il problema ero io, cioè il fatto di volermi
interporre tra i personaggi e il lettore. Allora ho lasciato che ciascun
protagonista si raccontasse da solo, usando le poche e semplici parole che – se
fosse stato vivo- avrebbe utilizzato davvero. Lidia, Ric, Massimo e Alejandro
parlano da soli ai lettori, ognuno come sa fare, senza bisogno che io mi metta
nel mezzo. Nel giro di poche settimane il romanzo è nato: piccolo, essenziale,
concentrato, duro, forse troppo duro, ma reale. Ed è esattamente come volevo
che fosse: spietato, come solo la realtà sa essere”.
Un libro di domande, per chiunque abbia perso qualcosa
Chi è quel 12enne e cos’è che Lidia ha visto o riconosciuto in lui? Come mai il
caos del suo mondo di donna sola è sembrato ricomporsi davanti allo sguardo di
quel ragazzo? Dopo essersi chiesta per tanto tempo dove fosse finito suo
figlio, cos’è che ha spinto Lidia a fidarsi e a fare progetti su quella piccola
e triste esistenza? E che fine faranno lei e il ragazzo? Vivranno insieme,
fuggiranno insieme, si perderanno a vicenda? E quando tutte le strade sembrano
portare a un vicolo cieco, qual è la cosa più giusta da fare, e fino a che
punto potranno salvarsi? In “Nero Addosso” il lettore troverà risposte ma
soprattutto domande, di una donna – Lidia – che vede quel che nessun altro
vede, che sente quel che nessun altro sente, che non ci sta ad essere come gli
altri la vogliono; che abita il poco spazio che il dolore le ha lasciato e sa
tenere gli altri sulla porta, mentre lei è ferma da anni allo stesso ricordo, a
quel parco, a suo figlio, a quel giorno. Una donna che però sotto le macerie di
una vita franata non ci sta a seppellire anche la speranza e il futuro che le
rimane, e li fa risorgere entrambi in un modo nuovo e tutto suo.
Ci sono libri che andrebbero messi in tasca, per essere tirati fuori quando
servono. Nero Addosso è uno di questi. Perché è più di un romanzo, molto più di
una storia. È una confidenza sussurrata da Caterina all’orecchio di ciascun
lettore. Una lezione per chiunque abbia perso qualcosa – qualsiasi cosa – nella
vita. E un conforto per chi, dopo qualsiasi ieri, ha smesso di credere nei
miracoli, ma crede ancora – e crederà sempre – nei ritorni. Anche in quelli
impossibili.
Data recensione: 28/11/2022
Testata Giornalistica: La Nazione - Luce!
Autore: Maurizio Costanzo