Paterno, che mi è sempre...
Corrispondenza, 06-07-2007, Ernestina Pellegrini
Paterno è un gruppo di case poste nel comune di Pelago (Fi) che non sembra presentare particolari motivi di interesse (ove si eccettui la grande villa che fu già, come anche le terre intorno, dei vallombrosani fino alla soppressione post-unitaria) ma in realtà è il baricentro di un universo che prende forma e consistenza man mano che l’A., nato nel 1923, cresce e diviene protagonista di queste sorprendenti sequenze di ricordi. Pagina dopo pagina, la dura vita dei campi e dei pochi artigiani viene qui raccontata, in prima persona, con uno stile coinvolgente, sicché alla fine ti pare di avere assistito a una rappresentazione teatrale dove la scansione dei lavori si sovrappone e fa tutt’uno con quella della vita giovanile dell’A.
Colpisce prima di tutto la ferrea memoria di questo ragazzo di campagna che rammenta tutto dei lavori stagionali nei campi e nelle cantine, delle fatiche dei mestieri ma anche delle feste, delle rogazioni, dei divertimenti. È come se davanti
agli occhi scorressero le immagini di un lungometraggio (inedito per quei "nipoti" ai quali il libro è rivolto) dove protagonisti sono una miriade di personaggi temprati dal duro lavoro - che "si nasceva uomini prima che bambini e la spensieratezza aveva poco senso" (p. 24) - e dove il contadino, il fabbro, il muratore, la massaia, il mugnaio, il bottegaio, i ragazzi sui tetti (per catturare i passerotti), i fratelli della Compagnia, i ballerini del Circolo recitano un copione quasi immutato da secoli e cementato dalla saggezza del tempo.
Il libro è insomma un racconto fatto di mille racconti, nel solco della più genuina tradizione popolare, ambientato in una campagna che ha i confini dell’intera Toscana, briciole di un antico patrimonio culturale e occasione di riflessioni sull’umile e dura vita quotidiana di un tempo neppure troppo lontano.
Fra i tanti aneddoti, ci piace segnalare quello di Renato Fucini, ispettore scolastico, che trova chiusa la scuola e che deve
aspettare l’arrivo della maestra (che è poi la nonna dell’A.).
È un mondo che non c’è più, spazzato via dalle trasformazioni epocali intervenute dopo il secondo dopoguerra, ma che l’A. intende mantenere vivo e trasmettere alle future generazioni perché preso dal presentimento che questa nostra epoca, a differenza di quelle precedenti, poco o nulla avrà da raccontare, da trasmettere e da far custodire nei secoli futuri.
Si deve aggiungere che il bel libro è anche un viaggio nella storia civile e ecclesistica della zona dato che l’A. mostra di aver frequentato opportunamente gli archivi che ci restituiscono i nomi degli abati vallombrosani e dei Guidi e ci riportano anche le vicende delle vicine Magnale, Pagiano, Melosa.
Nella parte conclusiva sono riportati ben quindici pagine di modi di dire che sono omogenei a quelle tradizioni illustrate nelle pagine precedenti, ma che si avviano ormai a diventare in gran parte resti di archeologia culturale.
Paterno
Che mi è sempre…