«La Tolomei descritta nel Purgatorio è soltanto una figura letteraria»
Il Tirreno, 26-07-2007, Milly Mostardini
Mario Sica, ex ambasciatore, è l’autore del libroFIRENZE. Mario Sica è stato ambasciatore in Namibia, Somalia, a Vienna, il Cairo, ha prestato servizio diplomatico a Saigon e Mosca, ed ha scritto libri sulla sua esperienza. Ora vive in Maremma, a Prata.
Cosa l’ha spinta, in questo suo primo romanzo, a occuparsi dei misteri della Pia?
"L’idea originaria era di scrivere un saggio storico su fatti già accertati dagli studiosi di storia. È il caso del libro di Giulio Ranucci Bandinelli e Alessandri Lisini del 1939, "La Pia dantesca", e dello studio di Carlo Crosetti pubblicato in questi anni. Ma avevo anche intenzione di finirla con lo stanco disco sulla Tolomei, adulterio e uxoricidio, sostenuto dai critici letterari della Commedia dantesca. Nemmeno il figlio di Dante, tra
i primi commentatori, aveva mai nominato la casata dei Tolomei. E volevo raccontare di Prata, dove la Pia aveva vissuto".
Insomma la Pia non sarebbe una Tolomei?
"Si può dire che ci sono due Pie, forse complementari: la Tolomei è una figura letteraria, con tradizione artistica alle spalle ma senza storia, con una esistenza virtuale. La Malevolti è invece figura solidamente storica e compatibile con la cronologia dantesca".
Si è divertito a scrivere?
"Enormemente divertito: al supporto metallico della storia ho aggiunto il legno della fantasia. E poi la storia si dipanava da sé e volevo dare un corpo alla figura della Pia. Ma non volevo che lo sforzo della fantasia fosse proiettato su uno scenario di cartapesta, ma su sfondo reale, da cui fosse possibile respirare il Medioevo qual
era".
Il romanzo ha base geografica, oltre che storica?
"Volevo questa base fortemente geografica. Fin da bambino venivamo con i miei a Prata. Conosco e ho esplorato tutte le terre attorno, quel che resta dei castelli, la loro storia, le distanze tra un luogo e l’altro, calcolate con i mezzi di allora, cavalli e piedi".
Lei racconta la vita nei castelli, nelle campagne malariche del Duecento, rilasciando qualche perlina di arcaismo, un’eco?
"Il linguaggio è importante per me, e ho evitato modernismi, preferendo qualche espressione vecchiotta, però ancora in uso in Toscana nelle campagne. Nei dialoghi le frasi brevi hanno fonti autorevoli: ho riletto tutti i racconti del Boccaccio, del Sacchetti e del Novellino. C’è una patina linguistica ancora fresca".
Matrimonio di sangue