La ragazza di Bube e la ‘sua’ verità
Il Resto del Carlino, 03-04-2007, Cesare Sughi
La donna che ispirò il romanzo di Cassola «Quel libro ci ha fatto solo male»LA STORIA sta tutta dentro un giro di pochi chilometri, Volterra, Pontassieve, Colle Val d’Elsa, Montevarchi, Pelago, la frazioncina dove il 25 gennaio scorso “la ragazza di Bube” ha compiuto 80 anni. Toscana rossa, comunista. Passioni aspre, gente che non dimentica. E la storia, che sembra venire da un’Italia d’altri tempi - le lotte partigiane, le vendette - torna adesso due volte. La prima: La ragazza di Bube è il titolo del fortunato e discusso romanzo (Einaudi) con cui nel 1960 il suo autore, il 43enne Carlo Cassola (morto nel 1987), vince il premio Strega. Dunque, quello di cui parlerà qui è un ritorno mezzo secolo dopo. Secondo ritorno. L’antefatto. Il Bube del titolo e la sua ragazza - rispettivamente Arturo Cappellini detto Bube, e Mara Castellucci, nella finzione letteraria - sono personaggi veri. Cassola, professore a Volterra, accostatosi alla Resistenza dopo l’8 settembre del ’43, poi iscritto al Partito d’Azione, li incontra nel maggio del ’45 sulla corriera che viene da Colle: conosce già il ragazzo, poco più che 20 anni, il partigiano Renato Ciandri detto Bebo, o Baffo; non così Nada Giorgi, appena diciottenne, la fidanzata - e la futura moglie - che diverrà la
protagonista del romanzo. Più di sessant’anni fa, dunque; la coda velenosa della guerra civile. Adesso, finalmente, ‘la ragazza di Bube’ si sfoga, senza enfasi. «La mia storia e quella di mio marito - esclama - non sono quelle narrate da Cassola. Quel libro ci ha fatto solo del male». Ma uno scrittore, un artista, non ha come prima regola la libertà? Vediamo. «Fu Renato - riprende la signora - a svelare a Cassola gli avvenimenti che egli, senza avvertirci, forse approfittando della nostra ignoranza, usò per il libro. Il mio uomo confidò allo scrittore di essere accusato di aver ucciso un maresciallo dei carabinieri e suo figlio, durante una rissa, al santuario della Madonna del Sasso. I suoi compagni sapevano che era innocente, ma qualcuno doveva pagare. Più tardi, allorchè si mise a scrivere, Cassola non indagò tanto. Per lui Renato era il colpevole, e io aspettavo la sua uscita dal carcere. Ma quelli non siamo noi».
Se sfogliamo le pagine di Nada, la vera ragazza di Bube, il libro di Massimo Biagioni che ricostruisce la verità di Nada Giorgi, gli scarti tra la realtà vissuta e la sua trascrizione si misurano concretamente. La signora Nada fa da guida: «Il momento più amaro - ricorda - fu nel ’63, quando fu girato il film di Comencini, con la Cardinale.
Tutti vennero a sapere che Mara e Bube eravamo noi. Mio marito (che era uscito di prigione nel ’61, per buona condotta, dopo 12 anni, e che io avevo sposato nel carcere di Alessandria) chiese il ritiro della pellicola, gli furono offerti dei soldi perchè accettasse il film così com’era. Lui non ne volle sapere, non voleva che nostro figlio Moreno pensasse di avere un padre assassino. Qualche taglio fu fatto, ma il marchio del delitto rimase. Per la gente, da allora, la verità fu quella». Ma l’amarezza della donna («Il lavoro di Biagioni ha ridato pace al mio cuore») riconduce anche a spunti più precisi. Minuziosi. «Subito, alla seconda pagina mi accorsi che il romanzo era pieno di falsità. Mio padre veniva descritto come un ubriacone, mentre è morto quando io avevo appena due anni; si parlava di Renato come di un violento, amico di un fratellastro che non ho, il quale viveva in una condizione di abiezione e disordine che non sarebbe stata accettata nemmeno dal più disperato degli zingari. Per giunta, Cassola mi fa passare per una civetta che, durante la carcerazione di Luciano, amoreggia con un tal Stefano di Poggibonsi e si preoccupa delle belle scarpe. Perchè Cassola non ha mai raccontato la fame che abbiamo patito insieme, Renato e io?»,
Nada
La ragazza di Bube