Era fascista perché lo voleva
Il Borghese, 01-02-2018, Mario Bernardi Guardi
Testo teatrale di Luigi Pirandello, musica di francesco Malipiero, tre atti e cinque quadri, La favola del figlio cambiato viene rappresentata per la prima volta a Braunschweig, in Germania, nel gennaio del  1934. Il 24 marzo di quello stesso anno, gran debutto italiano della pièce al Teatro Reale dell'Opera. Ma la composizione favolistica, nonostante i tagli della censura, «procura uno scandalo tale da essere tolta dalle scene per volere del Duce stesso».
Lo leggiamo in Luigi Pirandello.Una biografia politica di Ada Fichera, dove l'autrice, oltre a scavare nelle motivazioni che portano Pirandello alla scelta fascista, si occupa anche delle vicissitudini del drammaturgo alle prese con la censura. In pratica, prima di pubblicare e/o di mettere in scena una sua opera, il copione doveva essere mandato in visione al Ministero dell'Interno, che dava il nulla osta, oppure toglieva di mezzo parti non gradite al Duce, o censurava l'opera «in toto». Fu quel che accadde a La favola del figlio cambiato che, nel 1939 (tre anni dopo la morte di Pirandello), proposta del maestro Malipiero all'Eiar (Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche) si beccò una solenne bocciatura e non venne mandata in onda.
Ma cosa c'era di tanto scandaloso ne La favola del figlio cambiato? La storia è quella di una madre a cui le streghe sostituiscono il roseo e paffuto figlioletto con un esserino malaticcio e deforme. Lei se ne rammarica con una fattucchiera che le dice: lascia perdere, tuo figlio è stato portato al palazzo di un re e crescerà tra il lusso e gli agi, perché tu abbia cura dell'altro bambino. Ma il figlio cambiato non si sente felice e torna al Paese a riabbracciare la madre; l'altro - che tutti prendono in giro perché si dichiara «figlio di re» - riavrà quel che gli spetta.
Prima ancora della rappresentazione-scandalo al Teatro Reale,
la censura aveva tagliato queste righe: «Credete a me, non importa che sia questa o quella persona. Importa la corona! Cangiate questa di carta o vetraglia in una d'oro e di gemme di vaglia, il mantelletto in un manto, e il re da burla diventa sul serio, a chi voi v'inchinate».
Pirandello voleva sfottere i Savoia? Il «re da burla» era Vittorio Emanuele III, alto meno di un metro e mezzo e bruttino anziché no? Il drammaturgo ce l'aveva con la monarchia?
Ce n'era di materia per rimestare nel torbido e forse il Duce non voleva grane. Infatti, a proposito di figli cambiati, da quasi un secolo correva un insistente chiacchiericcio a proposito del Re Galantuomo, padre della patria risorgimentale. Il quale, supercafone e puttaniere, non sarebbe stato il legittimo erede al trono di Carlo Alberto, ma il figlio di un macellaio sostituto all'infante Vittorio Emanuele III, morto a seguito di un incendio divampato nella Villa di Poggio Reale a Firenze. La favola pirandelliana, in qualche modo, alimentava il «leggendario» antisabaudo?
L'autrice non entra nel merito di questi pettegolezzi attenendosi ai documenti d'archivio: ma noi abbiamo voluto offrire alla curiosità del lettore un po’ di gossip sui «segreti» dei Savoia.
Accademico d'Italia e Premio Nobel con gran gloria del Regime, di problemi con la censura ne avrà ancora, di maggiore o minore entità (e Fichera li registra tutti). Ma il Nostro i problemi se li andava un po’ a cercare. Come professore dell'Istituto Superiore di Magistero di Roma, venerato dalle allieve, era spesso richiamato dai superiori a causa delle numerose assenze. Anche perché altrettanto numerose erano le lettere in cui «bussava a quattrini» (e la nostra biografia attinge a documenti poco noti o da poco «desecretati».
Quanto a Pirandello «politico», il fascista c’è. Tutto e di più. Addirittura
un fascista «prima del Fascismo» - ed era lo stesso Pirandello che lo rivendicava come titolo di merito -, nazionalista sovversivo e ostile alla classe dirigente liberale, al Parlamento, alla borghesia, alla democrazia, agli intellettuali che oggi chiameremmo «radical chic». Pirandello voleva un «monarca illuminato» che mettesse ordine nel caos: e lo trovò nel Duce. Pirandello voleva qualcuno che facesse entrare un po’ di «vita» tra le irrigidite «maschere» del sistema borghese e che, di volta in volta, mandando al diavolo le ideologie, guardando alla realtà in modo spregiudicato, facendo funzionare lo «spirito», e cioè la volontà, pensasse unicamente al bene della Patria: e, a suo avviso, queste risposte il Duce le dava. Pirandello, come è noto, prese la tessera del Pnf dopo il delitto Matteotti. Meno noto è quanto lui stesso dichiarò a Telesio Interlandi (che andò ad interrogarlo sulle ragioni del suo gesto e pubblicò poi un articolo sull’Impero il 23 settembre del 1924) e cioè che volle iscriversi in odio all’«oscena speculazione compiuta sul cadavere del deputato unitario». Ultimo ma non ultimo: Pirandello non perdovana a Mussolini il fatto di essere stato troppo tenero con le opposizioni, «valorizzando» i propri avversari e «facendo di un mediocre politicante una specie di anti-Mussolini». Insomma, il Duce non era illiberale, ma troppo liberale.
Non furono tutte rose e fiori. E ci sono documenti della Polizia Politica in cui il drammaturgo è definito «ambizioso, invidioso, ciarlatano, facile a cambiare idee e padrone a seconda del tornaconto». Un opportunista, dunque? Addirittura «un uomo volgare», come lo definì il liberale Giovanni Amendola? No, ma piuttosto, come sostiene la sua biografia, un uomo con tutte le sue contraddizioni, che diventò fascista perché lo era e lo voleva.
Luigi Pirandello
Una biografia politica