La rivoluzione attuale di Don Momigli. Ecco cosa ha insegnato San Donnino
La Nazione, 07-01-2017, Luigi Ceccherini
Allora come oggi: un’auto che si temeva piena di esplosivo portata a suon di bicipiti fino sul sagrato di una chiesa per bloccarne il portone d ingresso. Le sei di mattina. La sveglia data al paese dalle voci concitate degli artificieri dei carabinieri. Era la San Domino che, 25 anni fa, non ne poteva più dell’assedio di tremila cinesi, buona parte clandestini, che l’avevano invasa, depredata del lavoro e anche della sua piccola identità culturale. Quattro anni dopo la situazione era radicalmente cambiata: buona parte dei cinesi se ne erano andati e quelli che restavano cominciavano ad inserirsi nella vita cittadina. Oggi le maggiori imprese del paese sono di italiani di famiglia cinese e danno lavoro a tanti italiani di origine... italiana. Chi ha lavorato per l’integrazione, evidentemente, lo ha fatto bene. E in Italia? Migliaia e migliaia di immigrati oggi vivono «in sospeso»: ci sono i clandestini, quelli salvati in mare, quelli presenti da qualche anno in Italia in attesa di regolarizzazione o di espulsione. Un governo dietro l’altro si è arrabattato, come su una lastra di ghiaccio, a indicare ricette toccasana. Ogni ministro ha «graffiato» qualcosa su quella lastra per poi, alla fine, rendersi conto che siamo sempre punto e a capo.
Eppure questa città, fra le sue mille e mille contraddizioni, una voce in capitolo con «umile orgoglio» potrebbe avanzarla. Proprio in base a quella esperienza nata 25 anni fa: quello cioè di aver realizzato il primo e ancora unico progetto di integrazione fra popoli diversi andato a buon fine. È quello che racconto nel libro «La “rivoluzione” di don Momigli. Come un ex sindacalista salvò un paese da Chinatown. La via fiorentina
all’inte(g)razione» edito da Samus-Polistampa. Un titolo lungo ma che vuoi raccontare da subito quello che successe 25 anni fa e che è tutt’oggi patrimonio ben vivo di Firenze e della sua Chiesa. Sì perché il «miracolo» di mettere insieme tante teste calde non fu solo di un prete, ma di tante tonache che in quella cosa lì ci credettero e la sostennero. Tutto avvenne in questo paesino alla periferia della periferia di Firenze: San Donnino. Periferia di Campi che è periferia della città del giglio. In poco tempo tremila cinesi erano piombati fra quelle fila di case tutte basse e tutte uguali popolate da 4.500 anime, appena scampate ai fumi alla diossina dell’inceneritore. L’arrivo di tutti questi cinesi portò a una grave scontro sociale. Centinaia di persone, anche tante donne che lavoravano a domicilio, persero il lavoro. Cortei, risse, dispetti, non mancarono. In 2.000 protestarono con un’esondazione di cartoline al Capo dello Stato. Ottocento italiani chiesero all’ambasciata cinese di diventare cittadini dell’ex impero celeste perché pensavano di essere più tutelati. Anche il nome del paese fu cambiato: da San Donnino a San Pechino. Chi affittava capannoni o garage ai cinesi finì alla berlina su un albero di Natale o sui muri. Anche il parroco del paese finì contestato. Il cardinale Piovanelli giocò allora una carta che si era ritrovata da poco fra le mani. Un ex sindacalista della Cisl, Giovanni Momigli, capo dei muratori fiorentini che era riuscito a mettersi in evidenza per aver lavorato a dare un’unica sede ai tre sindacati fiorentini degli edili in piazza San Lorenzo, si era da poco fatto prete. E il cardinale lo spedì subito
al... fronte. L’ex sindacalista così, seguendo le indicazioni del suo vescovo, si mise al servizio di un progetto che coinvolgesse il nuovo sindaco comunista, il presidente della Casa del Popolo, tutti i deputati e senatori della zona, i proprietari degli immobili affittati ai cinesi. Salì le scale dei condomini per parlare con la gente, entrò nei capannoni per discutere con i cinesi. Ci portò anche il cardinale Piovanelli perché si rendesse conto di persona della situazione. Cosa che evitò di fare il prefetto di allora. La Chiesa prese, così, in mano la situazione. Fornì traduttori ed esperti fiscali e burocratici. Lavorò per creare un consolato cinese a Firenze. Lo ospitò all’inizio in parrocchia per molti incontri. Si sostituì allo Stato. Le suore, quelle che una volta andavano negli ospedali, entrarono nelle «corsie» delle fabbriche, fra brandine, cascami di pellame e bambini che magari erano lì a lavorare. Il volto della Chiesa fu il volto di chi offre una mano e spesso fu l’unico. Questo è quello che avvenne a San Donnino anche con il progetto successivo (ma frutto di questa esperienza) di oratorio interculturale poi diventato Spazio Reale. Un’eredità importante ma pesante per impegno anche dal punto di vista finanziario per la Chiesa. Le istituzioni, a partire dalla Regione, dovrebbero riflettere più approfonditamente su questa esperienza di integrazione e di quello che ha prodotto nel dare risposte, tecnicamente adeguate, ai problemi legati all’immigrazione in un’area ben più vasta di quella locale. Perché quel progetto riuscito di integrazione, quella via fiorentina, è oggi patrimonio di tutti noi.
La “rivoluzione” di don Momigli
Come un ex sindacalista salvò un paese da Chinatown. La via fiorentina all’inte(g)razione