ELIO PROVIDENTI, Colloqui con Pirandello, Firenze, Polistampa, 2005
ARIEL, 01-09-2005, Lucia Torsello Dina Saponaro
È Pirandello a narrare, nelle quartine del suo Belfagor, la straordinaria apparizione dell’arcidiavolo che, lasciando momentaneamente gli inferi, si presenta in visita, nella sua stanza per consegnargli la lettera di Machiavelli; così, dopo tanti anni, lo spirito di Luigi Pirandello, tra acri fumi di zolfo, si manifesta, di notte, ad Elio Providenti.
Quello delle apparizioni notturne degli spiriti è, come è noto, un tema caro alla cultura romantica, la cui predilezione per il meraviglioso e il sovrannaturale, il fantastico e il ‘perturbante’, si concretizza nella favolosa narrazione di storie di fantasmi di cui è piena la scena letteraria; in linea con tale tradizione, Providenti narra lo svelamento dei ricordi e dei segreti dello spirito che gli si è manifestato trascrivendo fedelmente i nove incontri avuti con Luigi Pirandello, a Roma dal 31 dicembre 1999 al 2 febbraio 2002. L’atmosfera suggestiva viene restituita dall’immagine che nella copertina riproduce il Tempio di Giunone ad Agrigento interpretato dal pittore romantico tedesco Caspar David Friedrich: una visione rarefatta le cui luci ed ombre appaiono particolarmente adatte ad accogliere la realtà sognata rivelata nel testo. L’opera potrebbe essere definita una sorta di ricostruzione biografica in forma di confessione attraverso la quale lo spirito mette a nudo se stesso e molti momenti della sua esistenza che hanno da sempre interessato gli studiosi e i critici della sua arte.
È la manifestazione di uno spirito che parla di sé, dei suoi pensieri e dei suoi tormenti, ma soprattutto nega tutte le false verità che si sono succedute sul suo conto negli anni, rivendicando l’autorità di poter dire, finalmente, l’ultima parola su di sé.
Fin dal secondo colloquio, lo spirito accusa quanti egli dichiara essere affetti da pirandellite acuta per aver travisato le sue parole, falsificato le sue idee, interpretato erroneamente il suo pensiero.
Le dure battute contro i critici, gli interpreti, i filologi sono indirizzate direttamente a Providenti: «Le ho parlato in totale confidenza di me, della mia vita, dei miei amori, delle mie passioni letterarie, e lei che fa?, si avvale dei frutti della più bieca filologia per spulciarmi addosso come fanno tra loro le scimmie!!» (p. 91); e ancora: «Voi filologi che gongolate trionfanti quando nell’opera di qualcuno credete di aver individuato un pezzo o un frammento che non gli appartiene, perdete poi di vista l’essenziale, che è comprendere il modo come questi pezzi e frammenti si dispongano e il valore che assumano. È il vecchio difetto di vedere soltanto il particolare!» (p. 92). Di notevole effetto altri passaggi in cui, irritato e spazientito, Pirandello si rivolge al suo interlocutore: «Lei ha la beata capacità di farmi uscire dai gangheri ogni qual volta apre la bocca. La tenga chiusa, almeno» (p.32); «Ma lei, al solito, non capisce nulla» (p.38); «Lei se ne esce sempre allo stesso modo: stupidamente!» (p.59); «Riecco l’insopportabile filologo! Finirò col prenderla a calci, parola mia..» (p. 105). La lettura di questi Colloqui
offre la possibilità di ripercorrere proficuamente temi, momenti e luoghi della biografia e del percorso artistico di Luigi Pirandello: il complesso rapporto con la fede (oggetto della prima conversazione); il laicismo e le considerazioni sulla morte; la formazione scolastica ed universitaria a Palermo e a Roma; gli anni di Bonn; l’amore per Jenny e la incostante dedizione agli studi; l’incontro con la lirica di Nikolaus Lenau. Il poeta tedesco – segnato da una lacerante sensazione di inadeguatezza e da un profondo pessimismo filosofico – rappresenta una sorta di icona dell’inquietudine romantica. L’insanabile Zerrissenheit del suo animo - ricordiamo che trascorse i suoi ultimi anni in un ospedale per malati di mente – prende voce nelle sue liriche che manifestano il dolore per le insostenibili ingiustizie del mondo, l’inutilità e la negatività di ogni esistenza umana. Come ricorda anche nel colloquio, Pirandello è affascinato dalla lettura del Faust antigoethiano di Lenau che esercitò una significativa influenza sulla sua concezione del mondo: «Sin dalle prime pagine fui travolto dal fascino arcano di quel testo [...] M’infervorai su quel genio segnato dalla follia» (pp.33-34). Un intero colloquio, il quinto, è interamente dedicato alla ricostruzione della storia della famiglia, o meglio delle due famiglie, i Ricci Gramitto e i Pirandello, due rami, materno e paterno, essenzialmente antitetici uno all’altro. Spicca la figura guida dello zio Rocco al quale Luigi sarà sempre legato da profonda intesa e complicità, una sorta di sostituto di un padre tanto distante.
Altri, tanti, nomi di maestri e guide sono ricordati dallo spirito nel sesto colloquio: Luigi Capuana, Isaia Graziadio Ascoli, Alberto Cantoni, di quest’ultimo afferma: «È sempre rimasto il mio maestro, né nulla mai ho fatto per dissimulare la sua influenza, benché la maggior parte di voi critici, al solito, l’abbia sottovalutata se non addirittura trascurata» (pp. 88-89). E poi gli amici arielani, da Ugo Fleres a Salvatore Saya, Giuseppe Mantica, Giustino Ferri; e poi ancora Giovanni Alfredo Cesareo, Giuseppe Aurelio Costanzo, Nino Martoglio, Domenico Oliva, Lucio d’Ambra, Massimo Bontempelli, Federigo Tozzi, Rosso di San Secondo, Adriano Tilgher che fu «il primo a dare della mia arte un’interpretazione sistematica, con il solo difetto d’essere troppo rigida, una corazza sotto cui, dopo i primi entusiasmi, sentii soffocarmi» (p. 97).
Emergono dall’incontro sentimenti di sofferenza e solitudine: «Lei non crederà che dramma fu per l’internamento di mia moglie e poi, in successione, i matrimoni dei miei figli e il loro distacco… io rimasi solo» (p.98).
Ed è nel settimo colloquio che lo spirito confida il suo dolore per la malattia di Antonietta e per il suo ricovero nella casa di salute, ma anche la sua febbrile attività di scrittore per il teatro. Parole suggestive quelle dello spirito che, narrando la sua antica consuetudine di convocare i Personaggi nel suo studio, rivive alcuni dei passaggi salienti che lo hanno condotto ad una svolta nella sua vita segnata
dal rapporto di amore e odio per il teatro. Ripercorrendo così la genesi dei Sei personaggi, data la loro origine agli anni della guerra ed alle sue atrocità: «Quel che sapevo per certo era che quelle creature nascevano dal caos e dalla follia della guerra, con una sofferenza sconosciuta e diversa dalle solite da me narrate, sicché ogni volta m’ero sentito cader le braccia scoraggiato dall’abiezione disperata di quei casi, incapace di rappresentarli» (p.105).
I contrastati rapporti con il Fascismo e con Mussolini, l’impresa del Teatro d’Arte, le delusioni e le amarezze per il fallimento del progetto, sono in parte oggetto dell’ottavo colloquio.
Lo spirito del Maestro si sofferma, poi, nel raccontare uno dei nodi sicuramente più discussi della sua biografia che ha appassionato, e continua ad incuriosire, tanti lettori ed interpreti delle sue opere: l’incontro con la giovane Marta Abba, la donna che, come egli stesso dichiara, gli appare subito come «l’interprete ideale del mio teatro» (p. 119).
I tormenti personali per l’impossibilità di un legame amoroso si intrecciano con le amarezze e le delusioni che, nonostante la fama raggiunta e il conferimento del Premio Nobel - di cui non fa parola nel corso dei colloqui - segneranno la sua vita artistica negli ultimi anni: l’esilio, la solitudine, la censura.
La nona ed ultima apparizione avviene in una data speciale e ha termine, come dichiara lo stesso spirito, nell’ora palindroma, cioè alle ore 02.02 dello 02 /02 /2002.
I colloqui si concludono con le considerazioni dello spirito sulle sue opere incompiute, sulle interpretazioni che della sua arte aveva dato Antonio Gramsci (le cui ceneri furono conservate per dieci anni al Verano, vicino alle sue), sulle suggestive consonanze tra il suo pensiero e quello di Jean-Jacques Rousseau. Le ultime parole dello spirito, nel dichiarare la derivazione di Cotrone da Prospero, suggeriscono l’idea di un unico filo che attraversa l’intera sua opera e riconduce il tutto alla fascinazione di una suggestione shakespeariana, a quel ‘capriccetto’ che, insieme agli amici più cari, lo spinse a farsi guidare dallo spirito dell’aria: il genietto Ariel che agita una bacchetta tra le nubi.
Terminano così le conversazioni notturne scandite dal ritmo fluido delle intense parole dello spirito e dai brevi interventi del suo interlocutore. Al flusso ininterrotto dei Colloqui fa da contrappunto, nella seconda parte del volume, un puntuale e accurato apparato di note e commenti che documentano il consistente lavoro di ricostruzione compiuto da Elio Providenti. A corredo del volume un utile indice dei nomi, delle opere e dei personaggi citati. Nell’affabulazione di questo scherzo sulle apparizioni di Luigi Pirandello, Elio Providenti non soltanto ricompone notizie e fatti già noti, ma – grazie ad una nuova indagine su fonti archivistiche e storiche, a documenti recentemente rinvenuti, a testimonianze e ricordi di persone a lui vicine – lascia affiorare nuovi e fondamentali elementi per la conoscenza e l’interpretazione dell’autore.
Colloqui con Pirandello