Il Porcellino
La Repubblica, 17-04-2011, Mara Amorevoli
Con quel naso dorato, lucido e consumato delle mani di tutto il mondo, la statua bronzea del “Porcellino” è l’icona fiorentina più amata e celebrata dall’antichità ad oggi. Un archetipo che incassa oboli propiziatori pari a circa 40 mila euro all’anno, denari che da sempre vanno in beneficenza all’Opera della Madonnina del Grappa. Venerato più del David di Michelangelo, è riprodotto in decine di copie sparse nelle città del mondo. «Persino a Kyoto, Sidney e New York – sottolinea Eugenio Giani, presidente del Consiglio comunale ed esperto di tradizioni fiorentine – Durante le Olimpiadi australiane era trai i primi venti monumenti segnalati da visitare a Sidney». Ma pochi conoscono la sua storia e tanto meno sanno che la scultura bronzea collocata nel Mercato Nuovo è una copia dell’originale scolpito da Pietro Tacca nel 1633. La storia della statua, che in verità raffigura un cinghiale e non un maiale, viene ora raccontata da Antonella Nesi, curatrice del Museo Bardini – dove appunto è conservato il bronzo originale rimosso nel 1999 e sostituito con una copia –
ne «Il porcellino di Pietro Tacca» (Polistampa). Oggi la presentazione del volume (ore 15.30, ingresso gratuito al museo 11-17) con tanto di visita all’opera recentemente restaurata, e ai suoi basamenti. Sono due, perché quello originale, realizzato dal Tacca nel 1639, era malridotto dal calpestio di quanti salivano ad attingere acqua alla fontana, e fu sostituito nel 1857 con una copia di Clemente Papi. «Papi, oltre a rifare il basamento che raffigura non un acquitrinio, ma una miriade di erbe di campo primaverili intorno ad una pozza d’acqua, si prese anche la libertà di aggiungere altre piante e altri animali alle rane, ai rospi, alle lucertole e alle bisce già presenti, tra cui una tartaruga e un’ape» spiega Nesi. Così al museo si conservano restaurate le due basi, tra l’altro studiate da due botaniche, Marina Clausere e Chiara Nepi autrici di un saggio nel volume, che hanno identificato tutte le piante scolpite.
Si scopre così un prato folto di margheritine, primule, foglie di vari tipi di piantaggine, crespis, tussilago, verbena. Salvia, e altre essenze simboliche, a volte utilizzate per pratiche magiche.
Curiosità intorno al simulacro del cinghiale – porcellino che per voler di Cosimo II de’Medici, Tacca, scultore allievo di Giambologna, realizzò riproducendo in bronzo un cinghiale marmoreo del I sec. d. C. (copia di un bronzo ellenistico) oggi agli Uffizi, che Cosimo I nel 1560 aveva visto a Roma e che si era fatto regalare da Papa Pio IV. Un emblema di coraggio, un simbolo della caccia amata e praticata dai Medici.
Ma perché è raffigurato seduto e non in corsa o sdraiato morente come nelle effigi dell’antichità? «C’è un tipo di caccia praticata in antichità senza armi, con reti e suonatori di flauto che incantavano i cinghiali, così l’animale restava intrappolato e catturato vivo. Ecco perché è in atteggiamento di ascolto, come trascinato da un incantesimo» spiega Nesi, ricordando che anche Hans Christian Andersen, favolista danese di passaggio da Firenze nel 1834, rimase incantato dalla scultura del Tacca, tanto da scrivere una fiaba, Il Porcellino, in cui immaginava che per magia l’animale riuscisse a volare con in groppa un piccolo mendicante fiorentino.
Il Porcellino di Pietro Tacca
Le sue basi, la sua storia