Dino Campana e i falsi amici
Libero, 15-02-2011, Mario Bernardi Guardi
Uno dei più grandi umiliati e offesi della storia della letteratura è sicuramente Dino Campana. Incompreso dai genitori (e soprattutto dalla mamma Fanny, arcigna moralista), incompreso dagli abitanti di Marradi (che lo giudicavano un idiota a spasso), incompreso dall’amante-mantide Sibilla Aleramo, Dino, che i suoi soggiorni in manicomio li aveva già fatti, ci finisce definitivamente nel 1918.
Tre lustri di buio, poi, nel 1932, la morte, in seguito a un’infezione procuratasi scavalcando un recinto di filo spinato.
A gettar sale sulle
ferite di una vita brutta e dannata concorsero anche le vicende dei Canti orfici, ricostruite da Giovanni Cenacchi (I monti orfici. Un saggio, dieci passeggiate, Pagliai, pp. 224, euro 18, a marzo in libreria).
Nel 1913 il poeta scese a Firenze per consegnare il manoscritto ai futuristi Ardengo Soffici e Giovanni Papini che proprio allora avevano tirato fuori la pugnace Lacerba. Ebbene, Ardengo non solo perderà il manoscritto, ma sbeffeggerà il «montanaro» che gli si era presentato con «i piedi diguazzanti in un paio di scarpe scalcagnate».
Non meno carogna, Giovanni trascinerà Dino, già esaltato per conto suo, a sbronzarsi da un’osteria all’altra.
Ma nel saggio di Cenacchi c’è molto altro. Infatti, l’autore, campaniano doc nonché alpinista, ricostruisce il legame tra natura e cultura, centrale in Campana e in particolare il suo rapporto con la montagna, l’ascesa vissuta come percorso di purificazione, l’esperienza del paesaggio come evento interiore che si traduce in lampeggianti immagini poetiche, in luminosa rivelazione orfica.
I Monti Orfici di Dino Campana
Un saggio, dieci passeggiate