Quei “gingilli” pieni di storia
Microstoria, 01-01-2006, Fabrizio Nucci
La scena è quella di un pomeriggio soleggiato durante la festa del patrono a Casalguidi.
Protagonisti, un gruppo di bambini sudati e che non si curano più del vestito “buono della festa”: stanchi di giocare a “toccaferro”, si accalcano vicino al banchino del “gingillaio” e guardano con bramosia il cavallino di legno e la bambola di pezza che i genitori non possono permettersi. Sono le immagini suggerite dal libro edito da Polistampa e promosso dal Comune di Serravalle Pistoiese e dalla Provincia di Pistoia che al Museo di Rivoreta ha attivato un laboratorio del giocattolo dove i bambini imparano a costruire i giochi dei loro nonni: “Da una canna a un filo di spago, da una camera d’aria vecchia a un rocchetto di legno, – sintetizza efficacemente Vittoriano Innocenti, dai cui racconti Tiziana Vivarelli ha ricavato i testi del volume – (si realizzavano ndr) oggetti
poveri ma ricchi di fantasia, giochi all’aria aperta dove vere erano le amicizie e le risate piene dallegria.”
Schede illustrative, accompagnate dalle tavole del famoso disegnatore pistoiese Stefano Frosini, descrivono tutti gli elementi che caratterizzavano il gioco dei bambini subito dopo la seconda guerra mondiale: i materiali poveri e di “recupero” usati dai contadini e dagli artigiani di Casalguidi e Cantagrillo, con i primi scarti della produzione industriale, gli ampi spazi che la campagna e il piccolo paese potevano offrire, i vincoli amicali forti e duraturi, che permettevano una fruizione collettiva del tempo libero.
Tramite il gioco (lontano anni luce dal mondo ludico dei bambini di oggi, per i quali il tempo libero dalla scuola viene impiegato in full immersion solitarie tra televisione, apparecchi digitali e attività imposte dagli adulti) i bimbi del
dopoguerra sviluppavano manualità e conoscenze vicine a quelle del mondo del lavoro, esploravano il territorio, saggiavano le proprie doti fisiche.
La fantasia, l’intuito, il coraggio, ma anche una certa dose di incoscienza e cattiveria erano le qualità per dar vita ad interminabili pomeriggi in cui si giocava a “rimpiattino” e a “sbarbacipolla”, oppure per dedicarsi a scorribande con “la ghiotta” nell’orto di qualche contadino “cattivo”, come nella migliore tradizione toscana.
Il libro si chiude con un interessante capitolo dal titolo Giocando con le parole, dedicato alle “conte” (Pero melo… dimmi il vero - stinchi pilinchi), ai “detti” (Oh Dante scureggiante, ne fa una, ne fa tante, ne fa una puzzolente, fà scappà tutta la gente), e alle novelle e filastrocche per i più piccoli (Staccia buratta - Lucciola, lucciola vien da me).
Si giocava a schioccapalle
Giochi, giocattoli e passatempi della tradizione toscana