Leon Battista Alberti umanista e scrittore
Medioevo Latino, 01-07-2009, Alessio Decaria
L’A. esamina analiticamente un nuovo manoscritto, che permette importanti acquisizioni riguardo alla biografia e all’opera dell’umanista. L’ampio saggio affronta il problema del giorno di nascita dell’umanista e, dopo aver ripercorso la tradizione critica che lo pone al 14 o al 18 febbraio 1404, fissa al 18 detta data sulla scorta di una nota autografa scritta dall’Alberti su una guardia del nuovo reperto, il codice Firenze, BNC, Conv. soppr. I.9.3. Si passa poi ad esaminare il nuovo codice, di provenienza fiorentina, certamente appartenuto all’umanista e segnalato per la prima volta da P.L. Schmidt: esso contiene il De legibus di Cicerone, finito di copiare nel 1425 da una mano umanistica coeva ad Alberti e da questi postillato. L’A. discute ampiamente la tesi di una possibile autografia albertiana anche del testo, ma giunge a ritenere «altamente probabile che il copista non sia lui» (p. 130), mentre ritiene «più che plausibile» (p. 120) l’attribuzione – avanzata recentemente da C. Tristano - alla mano dell’Alberti del codice Venezia, Marciana, lat. XI. 67 (3859), che contiene il Brutus di Cicerone e appartenne all’Alberti. Sulla
guardia, il codice fiorentino reca, di mano dell’Alberti, la nota di possesso e l’oroscopo di quattro personaggi più quello dello stesso Leon Battista, che quindi indica anche con estrema esattezza la data e il luogo della propria nascita. L’A. passa poi a considerare la presenza del De legibus ciceroniano nell’opera albertiana e la ricaduta sulle opere di Leon Battista dei 63 passi che nel codice Conventi soppressi sono evidenziati o glossati nei margini; il risultato è un notevole incremento dei riscontri testuali fra il testo ciceroniano e le opere dell’umanista (ben 40 i passi del De legibus evidenziati dall’Alberti e individuati per la prima volta come «tessere» riusate nelle sue opere, più altri 32 non evidenziati dall’umanista ma riconosciuti dall’A. come presenti nelle sue opere). Sulla base dello studio del manoscritto e dell’indagine sulla tradizione dell’opera ciceroniana, nonché di vari passi delle opere albertiane, l’A. mostra come il codice Conventi soppressi non dovette essere l’unico esemplare dell’opera ciceroniana posseduto o consultato dall’umanista, che dovette avere accesso, in tempi abbastanza
precoci, a un altro codice, più corretto, di detta opera. Dal punto di vista dell’interpretazione critica l’A. evidenzia come le riprese albertiane del De legibus si traducano sia nei termini di una precettistica positiva sulla natura e la validità delle leggi, sia in quelli di un riuso ironico e sarcastico delle affermazioni dell’oratore antico: il pensiero giuridico dell’Alberti, insomma, come tutta la sua opera, pare avere una doppia faccia. L’ultimo paragrafo dello studio è dedicato agli interessi astrologici dell’Alberti, tema poco indagato dalla critica. La pratica dell’astrologia da parte dell’umanista risulta provata per la prima volta su base documentaria dal teste Nazionale, ma è confermata da numerose affermazioni dell’autore e da diversi passi delle sue opere, che vengono accuratamente esaminati nel saggio. Emerge, pur tra dichiarazioni spesso contraddittorie, una strenua fede nell’astrologia da parte dell’Alberti e la sua adesione a tesi particolarmente trasgressive sul potere degli astri, che non solo si ritengono, com’era ampiamente riconosciuto nel medioevo, capaci di agire sui corpi, ma anche sugli animi.
Leon Battista Alberti umanista e scrittore
Filologia, esegesi, tradizione