Giusti, quegli “Scherzi” da toscanaccio
La Nazione, 10-06-2009, Marco Marchi
Entrano oggi nel vivo, con una mostra alla Biblioteca Nazionale e un importante convegno che proprio da lì prende il via, le celebrazioni del bicentenario della nascita di Giuseppe Giusti: dopo la solenne inaugurazione romana, dopo un’efficace lettura scenica del suoi «scherzi» al Teatro della Pergola e dopo una giornata di studi e ricordi a Monsummano Terme, la sua città natale. Giuseppe Giusti, uno dei maggiori poeti satirici che la letteratura italiana può vantare, nasce infatti a Monsummano il 12 maggio 1809 da una benestante famiglia di possidenti terrieri da poco innalzati al rango nobiliare. Dopo gli studi in varie città toscane — da Montecatini a Firenze, da Pistoia a Lucca — si iscrive alla facoltà di Legge a Pisa, dove si laurea nel 1834, conducendo nel frattempo una vita gaudente e sregolata che gli procura non pochi litigi con il padre. Trasferitosi a Firenze per esercitare la professione, entra in contatto con Gino Capponi, esponente di spicco del liberalismo toscano e direttore del già prestigioso Gabinetto Scientifico-Letterario Vieusseux. Ci rimarrà per tutta la vita, spostandosi di rado fuori della Toscana. Non è affatto un gran viaggiatore, il nostro: ma si reca a Roma e a Napoli, ed è senz’altro da ricordare, nel 1845, un suo soggiorno a Milano, dove conosce Alessandro Manzoni, con cui intratterrà frequenti rapporti epistolari.
Due
scrittori a confronto. Già dal 1838 Giusti ha cominciato a comporre poesie satiriche che chiama «scherzi»: testi che riscuotono subito grande successo, circolando dapprima in forma privata, attraverso versioni manoscritte o semplici fogli volanti. La sua fama di poeta si estende, fino ad arrivare nel 1844 ad una prima raccolta a stampa. Gli «scherzi» — fra i più noti Sant’Ambrogio, Lo Stivale, La ghigliottina e Il Re Travicello — sono un fulgido esempio di satira acuta e mordace, singolarmente attenta alle dinamiche umane e socio-politiche. Impareggiabile maestro della satira di costume, nei suoi versi Giusti adopera la sferza dell’ironia, lasciando libero corso alla propria lingua, quella «lama che natura gli aveva posto fra labbro e labbro», come scriverà un secolo più tardi Aldo Palazzeschi. Nel 1847 inizia anche la breve stagione di diretto impegno politico del Giusti, che entra a far parte della neonata Guardia civica. Durante i moti del ‘48, quando il Granducato di Toscana diventa Stato costituzionale, Giusti partecipa attivamente in veste di deputato; ma appena due anni dopo, con il ritorno del Granduca Leopoldo II sostenuto dagli Austriaci, preferisce ritirarsi a vita privata, dimorando nella casa dell’amico Capponi. Intanto le sue condizioni di salute, che erano sempre state precarie, peggiorano, fino a portarlo al decesso per tisi polmonare il 31
marzo 1850. Ad accogliere le suo spoglie, il fiorentino cimitero di San Miniato. Fra gli scritti postumi del risorgimentale Giuseppe Giusti meritano di essere riletti e conosciuti la Cronaca dei fatti di Toscana (ora ripubblicata da Polistampa per le cure specialistiche di Enrico Ghidetti), una raccolta di Proverbi toscani e un ricco, intenso Epistolario.
Come scrisse di lui Arrigo Cajumi: «Satirico e tristo sono vocaboli che facilmente si accoppiano, e l’animo del Giusti era malinconico e gentile anche se la penna beffarda. A salvarlo, ad assicurargli un posto sicuro nel pantheon letterario, valsero lo studio e l’amore ch’egli dedicò all’arte sua, lo scrupolo di cesellare il verso, lo sforzo di suscitar immagini vaghe e originali, scorci ed effetti potenti. E se ci mettete la passione d’italiano ch’egli ebbe, la chiarezza con cui interpretò e ritrasse una società molto simile all’odierna, siete certi di aver di fronte un piccolo classico. Giusti? È ancor vivo».
Alle tre sedute del convegno, da oggi a venerdì, interverranno una ventina di studiosi che affronteranno problematiche diverse. La mostra, dal titolo Viva arlecchini e burattini. Giusti, le opere e i giorni, è aperta da oggi al 30 luglio alla Biblioteca Nazionale , da lunedì a sabato 10,30-12,30, martedì e giovedì anche 15,30-17,30, domenica e festivi chiuso.
Cronaca dei fatti di Toscana (1845-1849)
Ristampa anastatica dell’edizione Le Monnier, Firenze, 1948