Giusti il federalista «Padron a casa mia»
Libero, 11-06-2009, Mario Bernardi Guardi
Cultura
Autonomisti ante litteramUn nonno di estrema sinistra e uno di estrema destra: cose che capitano. E capita che si cerchi un punto di mezzo tra origini così diverse. Come fece il poeta Giuseppe Giusti, nato a Monsummano, nei dintorni di Pistoia, il 12 giugno 1809. Famiglia benestante e due nonni l’un contro l’altro armato. Presidente della polizia granducale, quello paterno; un simpatizzante giacobino, quello materno. Tra sbirri e rivoluzionari, il nipote non poteva diventare se non un moderato. Cattolico ma non clericale. Patriota ma “con juicio”. Progressista ma avverso a tutte le derive di sinistra. Sostenitore dell’Unità d’Italia, sì, ma niente centralismo, per carità, anzi un bel federalismo rispettoso delle variegate tradizioni municipali. Quanto, poi, al sogno “umanitario”, per carità, è cosa nobilissima, ma prima di tutto si pensi a risolvere i problemi di casa propria. E si diffidi dei fanatici di tutte le sette. È questo il profilo politico che viene fuori da un saggio di Riccardo Diolaiuti, pubblicato cinque anni fa dalle Lettere (Giuseppe Giusti e la genesi del federalismo toscano) e che trova conferma dalla ristampa anastatica di un interessante scritto: quelle Cronache dei fatti di Toscana 1845-1849 (introduzione di Enrico Ghidetti, Ed. Polistampa, pp. 320, euro 16), in cui Giusti racconta cinque anni cruciali di storia della sua regione, proponendo anche le sue riflessioni di osservatore politico. Appassionato alfiere del Risorgimento e del riscatto italico, certo, ma purché non si faccia piazza pulita delle differenze regionali e municipali.la rassegnazionePerché lui ci tiene a questa identità “primaria”. Ecco, per esempio, quel che scrive nella poesia La rassegnazione: «Oh, io, per ora, a dirvela sincera, / mi sento paesano paesano: / e nel caso, sapete in qual maniera/ sarei fratello del genere umano? / Come dice il proverbio: amici cari, / ma patti chiari e la borsa del pari. / Prima, padron di casa in casa mia; / poi, cittadino nella mia città;
/ Italiano in Italia; e così via/ discorrendo, uomo dell’umanità: di questo passo do vita per vita, / e abbraccio tutti e son cosmopolita».È il 1845: gli anni della goliardia pisana sono lontani, ma hanno lasciato il segno. Giusti conserva intatti gli umori scanzonati, la vocazione polemica, lo spirito caustico affilato all’ombra della Torre Pendente. Le sue composizioni satiriche - gli Scherzi - girano manoscritte e semiclandestine a causa della censura. Giusti è comunque famoso. E anche famigerato, se lo si guarda con gli occhi della polizia granducale. Eppure, se in passato ha avuto qualche prurito democratico, radicale, repubblicano, ora è decisamente un moderato.«sono smoderato»Nell’accezione che gli è cara, però: «i moderati sono tali perché smoderatamente amano moderare», afferma. Di sicuro, «smoderata» è la sua poesia che nel Dies irae celebra la morte dell’imperatore Francesco d’Austria, scrivendo che un provvidenziale «tiro secco», una «malattia liberale» lo ha fatto fuori. Uno sberleffo, ma ce n’è per tutti: tiranni e tirannelli, re e ministri, preti e monache, reazionari e arruffapopoli, sbirri, scrocconi, nuovi ricchi, burocrati, conformisti, intellettuali acchiappa-nuvole o acchiappa-prebende. Si salva quel buon senso che deve favorire la libertà di giudizio. E Giusti ha due maestri di sana e robusta educazione civica: lo scrittore fiorentino Gino Capponi, fondatore con Giampiero Vieusseux della rivista politico-letteraria “Antologia” e Alessandro Manzoni che volentieri lo ospita a casa propria, chiedendo amicali consigli per la revisione linguistica dei Promessi Sposi. Ed è a Milano che Giusti ha l’ispirazione per Sant’Ambrogio, la più nota delle sue poesie, una specie di inno alle piccole patrie oppresse dal giogo straniero. Non solo l’amata Toscana con quel Granduca-Re Travicello, che cerca di barcamenarsi tra sanfedisti e giacobini, spegnendo nei sudditi ogni ansia di rinnovamento;
non solo il Lombardo-Veneto degli sbirri austriaci e degli spioni austriacanti; non solo gli altri staterelli di un’Italia che non c’è e chissà quando ci sarà, ma anche la Croazia e la Boemia, i luoghi da cui vengono quei soldati «settentrionali» che riempiono la Chiesa. Intonando il coro verdiano de “I Lombardi alla prima crociata” e poi un cantico tedesco «lento lento», insieme «preghiera» e «lamento» di chi ha perso libertà e identità.diversità localiMa allora, come suggerisce Diolaiuti, l’idea di Italia di Giusti può trovare corrispondenza nel concetto di mir, il termine russo che indica il villaggio natìo e il più vasto mondo dello Stato-nazione? Di sicuro, lo scrittore, proclamando un’Italia unita nel rispetto delle diversità municipali, guarda all’idea di Dieta nazionale cara a Gino Capponi e Giuseppe Montanelli: un organismo composto su una base di rappresentanza esclusivamente regionale, rispettosa delle diverse tradizioni municipali italiane.Ora, sarebbe eccessivo affermare che per questo sàtiro pungente e pessimista “piccola patria” significhi “grande libertà”: nessun modello istituzionale, infatti, può garantirci dalla brama di potere che tutti accomuna: tiranni, rivoluzionari, uomini di partito e di chiesa ecc. E tuttavia il crescente pessimismo non impedisce a Giusti di impegnarsi nella politica attiva: come maggiore della Guardia Civica nel 1847 e come deputato all’Assemblea Legislativa nel 1848.Un anno di speranze, ma anche un anno terribile, e più che mai in Toscana, per colpa di un arruffapopoli come Guerrazzi, la cui scatenata demagogia non poteva non favorire il ritorno del Granduca sotto scorta austriaca. Aria irrespirabile per uno come Giusti che non amava né dittatori né tiranni. E che forse si sarebbe trovato a disagio in un’Italia sabauda e centralista, se una provvida tubercolosi non lo avesse portato via nel 1850, impedendogli ulteriori delusioni.
Cronaca dei fatti di Toscana (1845-1849)
Ristampa anastatica dell’edizione Le Monnier, Firenze, 1948