Elio Providenti, Colloqui con Pirandello
Repubblica Letteraria, 12-10-2005, Fausta Samaritani
Occasione e giustificazione di questo libro sono così espresse da Elio Providenti, nella pagina introduttiva: «Come sottrarsi al dovere di riferire i colloqui notturni avuti con l’insigne scrittore, apparsomi ripetutamente tra acri fumi di zolfo nei primi inverni del nuovo millennio?» Il libro non è quindi una biografia, né una trattazione sistematica dell’iter letterario e artistico di Pirandello, né un’accademia di critica letteraria; bensì un viaggio intorno a vari temi pirandelliani, suggeriti dallo stesso Autore, durante nove immaginari incontri notturni. La storia inizia con l’ultimo scandalo, cioè con la cremazione, decisa da Pirandello per testamento e con la successiva “dimenticanza” delle sue ceneri in un’urna che rimase per dieci anni al Verano, prima di essere trasferita definitivamente ad Agrigento. Pirandello sottrasse dunque le sue spoglie alla parata dei funerali di stato e alla celebrazione di accademici e di gerarchi, mandando in bestia Mussolini.
Era approdato a Roma a vent’anni, nel 1887, e all’inizio abitò dallo zio Rocco, la cui casa era frequentata da cantanti, uomini politici, massoni, perfino da medium. La Terza Roma, sognata da Mazzini e conquistata dagli
italiani, non appariva come una grande capitale, vivificata dall’unità nazionale, bensì come una città assediata da affaristi e da speculatori: non una Nuova Roma dunque, ma un’altra Bisanzio, dove muoveva i primi passi una nuova generazione letteraria, insofferente verso la dominante cultura positivista e la tradizione risorgimentale. Testata di riferimento di questi giovani insoddisfatti era «La Cronaca Bizantina» di Angelo Sommaruga che lanciò d’Annunzio. Carducci tenne a Roma, nel 1888, una memorabile lezione sul poeta provenzale Jaufré Rudel, traducendone i versi attraverso la precedente traduzione di Heine. Negli immaginari colloqui notturni con Providenti, Pirandello afferma di aver avuto, proprio dalla trobadorica storia d’amore di Rudel e di Melisenda, vista nell’ottica di Heine, questa folgorazione che segnò in modo indelebile la sua arte: «I personaggi dell’arte sono sempre esistiti, liberi e vivi, più e meglio di ogni essere vivente: sin dalle mie prime prove, sin dai primi abbozzi, io non li ho mai considerati creazioni della mente o semplice frutto del mio lavoro. Essi vivevano per sé, uscivano da un loro iperuranio e quando mi raggiungevano, io li accoglievo indipendentemente
da ogni personale partecipazione, come un concepimento naturale, misterioso e ineffabile, che si concludeva, appunto, nella loro nascita. Erano loro, erano i personaggi che mentre componevo, mi dettavano: io li seguivo, prima con la mente e poi fermando le loro azioni sulla carta. È sempre andata così.» Nei nove immaginari colloqui con Providenti, Pirandello affronta altri temi: l’incontro con il pessimismo romantico del Faust di Nicolas Lenau, dove il protagonista rappresenta l’impossibilità della conoscenza, mentre Mefistofele è il demone della ricerca incessante; gli anni poco concludenti all’Università di Bonn e l’incontro romantico con Jenny; l’esordio come novellista e come poeta, il rapporto con le riviste letterarie e il fascino dell’ucronía che significa sognare una storia con fatti diversi da come li hanno raccontati gli storici; una genealogia delle famiglie Pirandello e Ricci-Gramitto e la malattia mentale della moglie; la scelta del romanzo, come forma di espressione più moderna; l’influenza del mantovano Alberto Cantoni; l’incontro con il cinema e con il teatro; Marta Abba, i viaggi, l’opera incompiuta Giganti della montagna, infine pagine sparse. (f. s. 4/10/2005)
Colloqui con Pirandello