Tito Barbini, Antartide. Perdersi e ritrovarsi alla fine del mondo, Edizioni Polistampa, Firenze, 2008
Verifiche, 12-03-2008, Ignazio Gagliano
Un libro appena uscito, per tenerci un po’ su. Tenerci su? e da che cosa? Da tutto quello che incombe su di noi, dal pessimismo di alcuni filosofi e scrittori, quelli che per varie ragioni non ho amato, gli apocalittici, i quali  riescono dalla riserva in cui l’ottimismo li aveva relegati, e ci avvisano e ci impongono di guardarci attorno. Non solo Canetti, ma penso al filosofo Günther Anders, allo psichiatra e urbanista Paul Virilio.  Tito Barbini in questo nuovo libro di viaggi prospetta la dualità dinamica del perdersi, quale turbamento ed insieme smarrimento dei sensi, (il Verwirrung), la “sospensione delle forze vitali di fronte allo spettacolo  della natura”, il Sublime della “Critica del giudizio” di Kant, e del ritrovarsi, quale ritorno in sé (la ‘ipseità’ di Paul Ricoeur) e il pensare  da sé, come  il muoversi liberamente nel mondo (il “Selbstldenken” di Lessing). Può un viaggio suggerirci tutto questo?  Antartide può essere per noi la fonte primaria di una esigenza secondaria, che pudicamente confessa la propria riluttanza a intraprendere un’avventura tanto estrema. Ecco perché sí. Raccolta di impressioni di viaggio in una terra che non è solo terra e in un ghiaccio che non è solo ghiaccio. Da dove l’uomo non è venuto, e dove  però misura l’inattendibilità dell’odierna sua esistenza. Tito Barbini con la sua esperienza ha aggiunto qualcosa d’importante ad un’Antartide che non
è ancora mito - del mito, cioé, che noi riusciamo a costruire solo in presenza delle opere degli uomini: i templi, le città, le religioni, i poemi, la lotta perenne tra gli dèi e gli uomini; e che sentiamo come un dato estraneo ed esterno a noi, nel senso che in ogni caso da noi prescinde. Ma può accadere che quel mondo, còlto una volta nella sagoma incolore d’un mappamondo domestico, proietti, come la lanterna di Proust, nella memoria la sua incerte linee, e che esse convivano in noi e infine, in un punto decisivo della vita, impongano di dare un senso concreto e maturo alla fiaba della gioventú.    È questo che è avvenuto?  Quando Tito Barbini ha deciso di raccogliere le sue impressioni di viaggio il racconto aveva già imposto le sue regole. Esperto non solo di viaggi, ma anche di libri di viaggi, egli sa quanto sia difficile l’arte di raccontarli. Perciò si tiene pudicamente accostato ad un tono basso e medio, e quando gli succede di alzare il tono, e incorrere in una poeticità espressiva, che non è più moneta del nostro tempo, egli subito inserisce l’aneddoto gustoso, il racconto nel racconto, delle balenottere, per esempio, o delle foche leopardo sdraiate al pallido sole, come le belle bagnanti sui nostri scogli mediterranei... O la vista di un busto di Lenin, dove mai si sarebbe immaginato, certo tetro ma forse meno agghiacciante di quello che vediamo in natura nel suo mausoleo - se c’è ancora. Non tutti i nostri viaggi hanno la stessa importanza. È
inevitabile, perché ne facciamo molti – adesso. Se stessimo tutti fermi per alcuni anni, (non molti, pochi soltanto) forse daremmo alle nostre città il tempo di riassettarsi, di riprendersi dalle fatiche, di curarsi le ferite: dai deserti, di pretendere un alt!, dalla terra, di cessare di macinare se stessa (W.G. Sebald, Gli anelli di Saturno, Milano, 2001, p. 201).  Ed ancora. Può un libretto di viaggio suggerirci tutto questo?  Al viaggio presiede il racconto, questo l’abbiamo già detto; ma presiede anche la ricerca di una risposta. Come ha detto F. Kafka (in Considerazioni sul peccato): “C’é un punto di partenza, ma nessun cammino; ciò che chiamiamo cammino non è nient’altro che la nostra incertezza.”    Ecco perché sí.   Antartide ci dà il senso del piacere del ritorno, del ritrovarsi: nella propria terra, nella propria lingua, nella propria koiné; e con una arricchita saggezza, che l’esperienza conferisce, ma che la scrittura affina – se essa cresce e si fa sapiente anche con i suoi stilemi, e quando sa nascondere i suoi artifici. Ed infine  - ed è questo il senso ultimo non solo del viaggio, ma dell’opera che gli voglia sopravvivere – ci rammenta che “il mondo è umano non perché è stato fatto dagli uomini, e che la voce umana vi risuona dentro solo esso è diventato oggetto di dialogo.” (G.E. Lessing, Nathan der Weise. La traduzione è leggermente adattata a questo contesto.)
Antartide
Perdersi e ritrovarsi alla fine del mondo