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Al vento della Calvana
L’esodo dei Manescalchi

Polistampa, 2021

Pagine: 56

Caratteristiche: ill. b/n, br.

Formato: 14x20

ISBN: 978-88-596-2179-9

Collana:

Corymbos | Letteratura, prosa e poesia, 23

Settore:

L9 / Poesia

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Sirio Midollini

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Disegni di Sirio Midollini e Franco Manescalchi

Mio padre, nel conversare, mi aveva lasciato due quesiti da risolvere e, a dire il vero, di non facile soluzione. Nonostante fossimo mezzadri senza una storia alle spalle, egli era uso dire: “In Orsanmichele c’è il nostro stemma”, e poi: “Noi siamo gentili”.
Il primo quesito era apparentemente di facile soluzione.
In quale data la nostra famiglia venne così cognominata? E perché? Dalla ricerca effettuata emerge una risposta positiva al primo quesito. Nel nostro albero genealogico è esistito, a Prato, un Bartolomeo “malischalco”, ivi registrato nel 1460 nell’albo dell’arte dei Fabbri. Nel giro di un secolo i suoi discendenti, divenuti cerchiai a Schignano, si cognomineranno Meucci (rimasti a Schignano) e Manescalchi (tornati in Mugello).
Il secondo quesito appariva quasi insolubile. Gentili perché?
Dalla ricerca effettuata il nostro capostipite, Ubertinus, di San Lorenzo a Villore, proveniva da una linea naturale diretta degli Obertenghi Malaspina, imparentati con gli Uberti.
Citiamo il Lami: nel primo Tomo di Sanctae ecclesiase florentinae monumenta, a p. 156 scrive: “Nel 1218 avea il Vescovado molte, o buone ragioni nella Corte e Castello di Vico di Mugello ab antico, che fece gran parte vive questo Vescovo, e per unire, e accomodare, come io penso, le due cose insieme, comperò da Uberto di Rinieri d’Uberto, beni, fedeli, e coloni , che avea nel detto Vico, e sua Corte”.
E nella stessa pagina si legge: “E da questo si può ben conoscere, ch’egli erano, persone di conto , e di molte facultà: e che fussero nobili dal testimonio delle stesse carte, le quali, il più delle volte gli chiamano, con questo nome. Ma sarebbe oggi quasi impossibile riconoscere le Famiglie, e come elle si chiamino ora, quando elle sien pure in fino a questi nostri tempi durate…”.
Per noi fa testo il fatto che nelle terre cedute da Ubertus alla Chiesa, vivesse il nostro Ubertinus Malaspina.
Ho affidato a questo poemetto la narrazione del calvario seguito alla nostra radice nobile.

Franco Manescalchi