Sigfrido Bartolini – incisore, pittore, scrittore e polemista di razza – ha attraversato la seconda metà del Novecento...
Il critico ristabilisce il primato della competenza sull’ideologia
Sigfrido Bartolini – incisore, pittore, scrittore e
polemista di razza – ha attraversato la seconda metà del Novecento italiano
come un osso duro, refrattario alle mode e alle correnti dominanti. La sua
produzione saggistica è sempre stata inseparabile dalla pratica artistica: un
pensiero che nasce dal fare, dall’atelier più che dall’accademia. Per un canone
del nuovo secolo si inserisce in questa tradizione con la consueta franchezza,
proponendo una riflessione sul destino delle arti visive nell’epoca della loro
definitiva dissoluzione concettuale. Il titolo è già una presa di posizione.
Parlare di «canone» nel primo decennio del Duemila significa sfidare
apertamente il relativismo estetico imperante, quella teologia negativa del
contemporaneo secondo cui ogni gerarchia di valori è sospetta di autoritarismo.
Bartolini non si lascia intimidire. Il canone, per lui, non è imposizione ma
riconoscimento: la sedimentazione di ciò che ha resistito al tempo, la forma
visibile di una civiltà che non rinuncia a distinguere tra il bello e il suo
simulacro. La critica al concettualismo è il cuore polemico del volume. Per
Bartolini, l’arte che rinuncia alla forma si consegna al commento, alla
didascalia, all’ideologia. Non è nostalgismo: l’autore non propone un ritorno,
ma una continuità viva, quella che passa per Morandi e per certi incisori
europei del secondo Novecento, per tutte quelle esperienze marginalizzate
perché troppo legate alla competenza della mano e troppo poco al discorso
teorico. Sfilano così figure come Italo Cremona e Luigi Bartolini. Il posto
d’onore spetta a Giorgio de Chirico. Efficaci sono le pagine sul rapporto tra
tecnica e libertà espressiva. Contro l’equivoco romantico che vede nella
padronanza tecnica un ostacolo alla spontaneità, Bartolini rivendica la
tradizione artigianale come spazio di liberazione: solo chi domina lo strumento
può dimenticarsi dello strumento. Argomento antico, riformulato con la
precisione di chi lo ha vissuto davanti a un torchio per decenni. In un’epoca
di saggi d’arte che sono spesso esercizi di scrittura, la voce di Bartolini
conserva la ruvidezza di chi ha passato la vita con il cavalletto. Per un
canone del nuovo secolo è un atto di fede nella possibilità che l’arte visiva
abbia ancora qualcosa da dire.
Data recensione: 15/03/2026
Testata Giornalistica: Il Giornale
Autore: Alessandro Gnocchi