Piedi per terra, cuore oltre l’ostacolo. La sede della casa editrice Polistampa, quattromila metri quadrati su più piani, incarna...
Compleanni Nel 1965 nasceva in Oltrarno la tipografia di
Mauro Pagliai oggi casa editrice gestita dal figlio Antonio con un catalogo di
6 mila volumi. «La nostra forza? Essere sempre stampatori»
Piedi per terra, cuore oltre l’ostacolo. La sede della casa editrice
Polistampa, quattromila metri quadrati su più piani, incarna una doppia identità.
Al piano terra la tipografia macina carta che trasforma in biglietti da visita,
cataloghi di moda, pieghevoli di scuole, poesie, prose, saggi, libri d’arte.
Stampanti e rumore; colle e rilegature. Ai piani superiori mille quadri di artisti
non solo toscani – da Silvio Loffredo a Massimo Giannoni, da Giampaolo Talani a
Luciano Guarnieri ed Elisabeth Chaplin o Piero Annigoni, opere che in primavera
vedremo in mostra a Sesto Fiorentino – incorniciano gli studi dove si
programmano cataloghi d’arte, saggi, poesie, narrativa, riviste d’autore. Si legge,
si pensa.
L’azienda, fondata da Mauro Pagliai e oggi amministrata dal figlio Antonio – ma
il babbo è sempre lì con lui – compie sessanta anni e oggi al Teatro di
famiglia, il Niccolini, alle 18, si presenta il libro di Arianna Amatruda che
questi sei decenni li racconta. Sono stati anni di scommesse vinte e inizi
tribolati. Ma che hanno consentito ai Pagliai di costruire un impero di carta.
Anzi, grazie alla carta. «Il segreto— spiega Antonio, 53 anni, tre figli, al
fianco del padre sin da quando, bambino, faceva pacchi regalo per libri – è far
coesistere la tipografia con la casa editrice. Se oggi possiamo pubblicare
quanto ci piace, è perché il 75 per cento del nostro fatturato deriva da quanto
stampiamo per terzi. Che siano Fondazioni – La Spadolini, quella intitolata a
La Pira, il Centro Studi sul Classicismo o Santa Maria Nuova – o soggetti che
ci chiedono dai biglietti da visita alle tovagliette di carta». Tutto questo per
dire che senza solidi conti la crescita della ditta Pagliai non ci sarebbe mai
stata. In principio fu il giovane Mauro, oggi 83enne in ottima forma. «A 12
anni fui mandato in collegio dai salesiani. Mia madre soffriva di problemi nervosi,
voleva che fossi seguito al meglio. Di mattina facevo scuola, di pomeriggio
seguivo corsi da tipografo». A quel rumore assordante e a quell’odore di carta
Mauro non rinuncerà più. «Dopo qualche anno alla Scuola del libro e qualche
altro come apprendista al Cenacolo di Arti Grafiche e in una tipografia in Oltrarno,
fui pronto a mettermi in proprio, a 22 anni».
La prima sede, del 1965, è in via dei Serragli, di fronte al cinema Goldoni.
«Misi su l’azienda con un amico che aveva il linotype, una potenza. Si faceva
concorrenza agli stabilimenti, facevamo libri, riviste, cose che una piccola
tipo grafia non fa». Nel 1996, arrivò la sede dell’ex Galleria Pio Fedi, infine,
e siamo nel 2000, l’attuale sede di via Livorno: una fabbrica del sapere a stampa
dove lavorano in 30 e che è valsa a Mauro l’onorificenza da commendatore della Repubblica
nel 2010.
Riannodiamo il nastro: «Se babbo ha cominciato “solo” con la tipografia – interviene
Antonio – è stato presto evidente che quella realtà gli stava stretta. I suoi
soci frenavano. Ma nel 1981 iniziò la volata verso la nascita della casa
editrice. Anna Maria Giusti gli commissionò la pubblicazione degli Atti del
Convegno sul restauro di opere danneggiate dall’alluvione del 1966». Passeranno
altri dieci anni prima che la casa editrice decolli. Rilevate le quote dai soci
Pagliai senior prende il timone da solo. È la primavera di Polistampa. Si parte
dall’arte, si macinano cataloghi, esce Parvae
Favillae di Mario Salmi, sono scritti di Storia dell’Arte dal Tardo Antico
al Barocco. «Babbo – prosegue Antonio – frequenta artisti e intellettuali. Viene
scoperto da Alessandro Parronchi e ne pubblica le lettere con Vasco Pratolini »
e intanto modernizza il parco macchine grazie al rapporto che intrattiene con i
rappresentanti di macchine da stampa. «Io – interviene Mauro – ho sempre avuto
le macchine senza garanzie e senza anticipo. Mi stimavano come stampatore».
Dopo Parronchi, di cui Pagliai pubblicherà anche tutte le poesie, si continua a
stampare per il Centro di Firenze per la Moda Italiana, per riviste di
avicoltura, per il Vieusseux – per cui pubblicano ancora l’Antologia – per
l’editore Cesati, per Olschki e si implementa il lavoro da editore. Nel Novanta
arriva il tempo di Antonio, che per dieci anni si occupa della comunicazione
con la stampa. La sua impronta si sente però dopo il 2000 quando mette ordine
nelle pubblicazioni da loro editate. Da un lato ci sono le riviste blasonate: La Nuova Antologia di Giovanni Spadolini,
il Portolano di Francesco Gurrieri, Città di Vita, rivista dei frati di
Santa Croce, Il Pagliaio. Dall’altra
lui disegna la tripartizione del catalogo dei libri. È il 2007, Antonio, oggi
amministratore unico della casa editrice – la sorella Costanza ha scelto un’altra
strada e adesso è la madre superiora alla Congregazione delle sorelle Apostole della
Consolata alle Bagnese – mette ordine.
«Oggi – ci spiega lui – i nostri volumi confluiscono in tre grandi sezioni. C’è
Polistampa che pubblica cataloghi d’arte e di erudizione. C’è Pagliai,
specializzata in narrativa e saggistica divulgativa, e Sarnus con volumi di
storia locale». A voler citare un titolo emblematico di ciascuna vanno
ricordati: Le leggende della terra
toscana di Carlo Lapucci per Sarnus; Leggere
Firenze, viaggio nelle librerie di Marco Vichi per Pagliai; Cosa leggeva la Madonna, saggio di
Michele Arcangelo Feo, per Polistampa. Nel loro catalogo però c’è molto di più:
c’è tutta l’opera di Antonio Pizzuto, grande tra gli irregolari italiani, ci
sono le guide dei musei minori toscani racchiusi in una collana diretta da
Antonio Paolucci, Piccoli, grandi musei era il titolo. Intanto, nel 2006, i
Pagliai acquistano il teatro Niccolini, che riaprono nel 2016. Non si fermano
mai. Adesso stanno potenziando la stampa digitale, si stanno rendendo
energicamente autonomi in sede grazie al fotovoltaico e progettano una nuova
collana: «I saggi del caffè».
Data recensione: 27/11/2025
Testata Giornalistica: Corriere fiorentino
Autore: Chiara Dino