Nel cuore di Mosca, tra le mura di un’ambasciata circondata da tensioni geopolitiche e retoriche di guerra, Giorgio Starace ha osservato da vicino uno dei momenti più drammatici della storia recente. Diplomatico di lungo corso...
Nel
cuore di Mosca, tra le mura di un’ambasciata circondata da tensioni
geopolitiche e retoriche di guerra, Giorgio Starace ha osservato da
vicino uno dei momenti più drammatici della storia recente.
Diplomatico di lungo corso, Starace ha attraversato con lucidità e
umanità gli scacchieri più complessi del pianeta: Emirati Arabi,
Giappone, Sud America, fino al delicato incarico in Russia, nel pieno
della crisi ucraina. Una carriera iniziata nel 1985, oggi consegnata
alla riflessione e alla memoria con il suo ultimo libro, La pace
difficile. Diari di un Ambasciatore a Mosca (Mauro Pagliai
Editore, collana Verità
Scomode), è una testimonianza di straordinario valore
umano e politico: un racconto in presa diretta dei mesi che hanno
preceduto e accompagnato l’invasione dell’Ucraina da parte della
Federazione Russa. Ma, soprattutto, uno sguardo non filtrato sulla
quotidianità di un popolo che, pur in bilico tra propaganda e
silenzio, ha saputo restituire all’ambasciatore italiano
un’immagine dell’Europa più viva e resistente di qualunque
sanzione: quella della cultura e del rispetto. Oggi Giorgio Starace è
Vicepresidente del Consorzio Aeneas e membro attivo della Camera di
Commercio Italia-Libia, e la sua voce continua a interrogare le
coscienze, con parole che cercano di riportare al centro della scena
l’unica vera forza disarmante rimasta: il dialogo. Nell’intervista
a “Nuova Antologia”, l’ex ambasciatore ci guida tra i vicoli
invisibili della Mosca contemporanea, tra i volti e le storie di una
popolazione troppo spesso separata dalle decisioni del potere,
rimandando al legame tra italiani e moscoviti che si estrinseca in
un’affinità di tipo culturale. Una riflessione che non risparmia
critiche all’inerzia diplomatica dell’Europa, ma che soprattutto
restituisce dignità alla relazione tra i popoli, nel nome di una
cultura che, come recitano i versi danteschi affissi all’Ambasciata,
sa ancora parlare al cuore.
Ambasciatore Starace, nel suo libro
lei parla spesso del “sorriso di accoglienza” dei russi quando
scoprono che lei è italiano. Vuole spiegarci da cosa dipende?
Tanti i motivi, ma in estrema sintesi direi che dipende dalla storia
passata e recente che ha visto scambi continui in ambito culturale,
economico ed anche politico tra Italia e Russia. Architetti italiani
del nostro Rinasci mento sono stati protagonisti nella progettazione
e realizzazione di nume rosi palazzi, a Mosca come a San Pietroburgo
ed in altri centri di questo immenso Paese. Poeti, scrittori,
imprenditori italiani sono stati i primi in Europa a stabilire grandi
contatti in epoca sovietica. I russi hanno conosciuto la musica
leggera occidentale attraverso i nostri cantanti sin dagli anni
Settanta. Siamo gli europei più amati dal popolo russo per il nostro
innato calore e per la bellezza della nostra terra e dei suoi
prodotti, che apprezzano e ammirano.
Lei
ha vissuto in una Mosca profondamente trasformata, moderna ma
attraversata da tensioni geopolitiche fortissime. Quali sono, secondo
lei, i tratti distintivi della società moscovita contemporanea e in
che cosa differisce dalla nostra?
La società civile
russa, come in tutti i Paesi, è fortemente stratificata per classi
sociali. In una nazione così immensa, è enorme la differenza tra i
cittadini che vivono nei grandi centri urbani e quelli che abitano
nelle aree rurali.
In generale il livello di istruzione dei
russi è elevato, come anche la loro naturale propensione verso la
cultura (in particolare musica, letteratura e poesia) e, quando si
accede alle classi più alte, la cultura nelle sue forme più
raffinate è sicuramente presente un po’ ovunque. Spesso nelle
strade di Mosca e di San Pietroburgo si vedono giovani che declamano
versi di Puskin, Cechov o di poeti e scrittori della grande
tradizione russa. I moscoviti vivono e pensano come gli Occidentali e
il loro ancoraggio culturale all’Europa, malgrado questa insensata
guerra, è saldo e parte del loro retaggio storico.Forse,
punti di distinzione con la nostra società sono costituiti da un
fortissimo e radicato senso della patria che serve ed ha servito da
collante nelle fasi più difficili della storia russa e,
naturalmente, nella vasta maggioranza, un rispetto acritico e
fatalistico dell’autorità.
Cosa l’ha colpita
maggiormente, dal punto di vista umano, nel rapporto quotidiano con i
cittadini russi, lontano dalle dinamiche ufficiali della politica e
della diplomazia?
Mi ha sempre colpito il grande sarcasmo,
fatalismo e il loro vivere quanto più possibilmente spensierato alla
giornata per la precarietà immanente del futuro. Altro aspetto che ho colto è la forte capacità di adattamento dei
russi ai cambiamenti, per quanto repentini possano essere: una forte
resilienza. Chiude un frequentatissimo McDonald’s, apre con insegne
e colori molto simili una marca nazionale, ed i consumatori non si
fanno grandi problemi.
Il popolo russo appare nel suo libro
quasi separato dalle decisioni delle élite. Ha percepito una vera e
propria frattura tra la gente comune e il potere? E come si manifesta
questa distanza nella vita di tutti i giorni e nelle opinioni
palesate dalla gente?
Più che una frattura io vedo
l’attitudine del popolo russo ad andare avanti nella propria
esistenza a prescindere dalle decisioni del potere politico.
Naturalmente intellettuali e giovani reagiscono ed hanno reagito e li
ho visti manifestare con grande coraggio per le vie di Mosca contro
la guerra. Ma sono una minoranza.
Lei racconta di giovani
russi che ballano il rap e ascoltano rock nelle strade di Mosca: una
scena che sembra lontanissima dalla retorica propagandistica…
Non
è solo la gioventù a guardare all’Europa. Malgrado i filtri delle
autorità, i social network sono veicolari e i giovani russi sui loro
cellulari vedono e chattano come i nostri giovani, in un linguaggio
unificante che forse ci può fare sperare per il futuro.
In
che misura crede che i legami tra Russia e Italia possano
sopravvivere – o addirittura rafforzarsi – dopo questo periodo di
crisi diplomatica e conflitto armato?
Ci vorrà tempo per
una ripresa di dialogo e partnership con la Russia, ma quando questo
processo prenderà le mosse l’Italia dovrà essere in prima fila
per tutte le ragioni che ho precedentemente esposto.
Nel suo
libro lei sottolinea che, durante il suo mandato, ha visto pochi
sforzi diplomatici reali da parte dell’Europa. Crede che la
diplomazia sia stata troppo silenziosa in questi anni? Cosa dovrebbe
cambiare?
Ho letto molte analisi sulla crescita dei
movimenti populisti descritti come filo putiniani in Europa. Io credo
che i processi politici nelle nostre democrazie non nascano dal nulla
e che sia semplicistico attribuire ogni fenomeno all’azione della
propaganda russa. La leadership politica delle principali capitali
europee è stata totalmente priva di iniziative diplomatiche per tre
anni, in una crisi in Europa che ha fatto quasi un milione di vittime
tra russi ed ucraini. Non credo che questa inerzia sia stata
percepita positivamente da una parte rilevante dell’opinione
pubblica europea.
Se dovesse trasmettere un messaggio agli
italiani su ciò che ha imparato vivendo e lavorando in Russia, quale
sarebbe?
Le rispondo con un episodio che ho descritto nel
mio libro.
Avevo fatto disporre sul muro esterno
dell’Ambasciata dei cartelli con belle raffigurazioni di versi
della Divina Commedia tradotti in lingua poetica russa. In una gelida
serata di inverno, sotto una leggera nevicata, guardavo i cartelli
che erano stati da poco collocati quando una signora che passava sul
marciapiede si è soffermata anche lei leggendo attentamente i versi
e poi, guardandomi attraverso le lenti appannate dal freddo, saputo
che ero l’ambasciatore italiano, mi ha detto con un sorriso molto
dolce in un buon inglese “alla fine questa guerra la vincerete voi.
Voi italiani. Con la cultura”.
Data recensione: 01/04/2025
Testata Giornalistica: Nuova Antologia
Autore: Caterina Ceccuti