Infinita è l’attrazione esercitata dall’Italia sugli artisti di lingua tedesca, che venivano a cercare nel Mediterraneo...
Da Roma a Firenze, con la Villa Romana atelier di talenti, l’Italia
esercitò un fascino infinito. Storia di un’attrazione, ora al centro della mostra
di Sesto Fiorentino dedicata a Sigmund Lipinksy
Infinita è l’attrazione esercitata dall’Italia sugli artisti di lingua tedesca,
che venivano a cercare nel Mediterraneo il fulgore dei limoni celebrato da Goethe
nel celeberrimo Canto di Mignon. Coloro
che scelsero di vivere nel Belpaese vennero detti Deutsch Römer, indicando una presenza
fortissima dal tempo dei Nazareni, arrivando alle esperienze di residenza di Villa
Massimo e Strohl-Fern. Qui dimorò a lungo Karl Stauffer Bern, artista tormentato,
che conobbe il manicomio e concluse la sua amara esistenza con il suicidio.
Fu lui a consigliare all’amico Max Klinger, con cui aveva studiato all’Accademia
delle Belle Arti di Monaco di Baviera, di aprire una casa di residenza per artisti
che provenivano da oltre le Alpi a Firenze, dove era centrale la presenza di Arnold
Böcklin. Questa divenne la celebre Villa Romana in precedenza usata come dimora
da varie famiglie, ancora oggi attiva sulla via Senese, luogo in cui hanno vissuto
in molti dal 1905. L’autore della Sequenza
del guanto era in quel momento vicepresidente del Deutscher Künstlerbund (Associazione
degli artisti tedeschi). Dal primo momento volle che gli invitati potessero dimorare
per dieci mesi sulla collina, che avessero a disposizione un atelier e un sostegno
economico. Fin da subito concepì un premio da assegnare a un giovane, in totale
antitesi a quelli delle accademie tradizionali. Tra i finanziatori di questa impresa
innovativa, ci furono il mecenate berlinese Eduard Arnhold e la Deutsche Bank. Le
dichiarazioni di Klinger erano categoriche: «Scopo di questa iniziativa è dare la
possibilità ad artisti pieni di talento di lavorare per un certo periodo di tempo
in un bel posto e in tranquillità, e contemporaneamente di confrontarsi con il proprio
lavoro e con se stessi, al cospetto delle opere d’arte di tutte le epoche di cui
Firenze così riccamente dispone. Né l’età, né l’orientamento artistico, né il patrimonio
saranno determinanti per noi, ma il talento e la voglia di lavorare. Non vogliamo
costituire né una scuola per immaturi né un ente assistenziale, ma offrire la possibilità
ad artisti già fatti di maturare completamente se stessi e la propria arte e di
promuovere così la tedesca. Vogliamo offrire agli artisti più giovani, che ancora
lottano con se stessi e con la vita, un periodo di lavoro tranquillo, libero da
preoccupazioni: sarà cura della direzione del Deutscher Künstlerbund, di trovare
e distribuire gli atelier a propria scelta e descrizione. Vogliamo offrire agli
artisti già adulti un periodo di lavoro e rinvigorimento al cospetto dell’arte e
del paesaggio italiani». Nella prima mandata sarebbero dovuti venire a Firenze Henry
van der Velde, maestro dell’Art Nouveau,e Gustav Klimt, che aveva vinto il premio
dell’associazione di artisti: entrambi rifiutarono. Nei primi anni ottennero riconoscimenti
figure importanti dell’arte del Novecento: Georg Kolbe (1905), Max Beckmann (1906),
Käthe Kollwitz (1906), Ernst Barlach (1908) e Max Pechstein (1908). Elsa Asenijeff,
scrittrice austriaca, fortemente impegnata nella causa femminista, legata da una
relazione con Klinger (scrisse un saggio sul suo Beethoven nel 1902) fu a lungo
alla Villa, con lei creò una magnifica cartella di incisioni, intitolata Epithalamia nel 1907. Sascha Schneider qui
scrisse un trattato sulla bellezza del nudo maschile nel 1913, Über Körperkultur, partecipando con Klinger
e Otto Greiner alla realizzazione degli inquietanti Schizzi di teste. Tra gli allievi che si segnalarono negli anni seguenti,
ci fu Willi Geiger, già allievo della classe di pittura di Franz von Stuck a Monaco,
che qui realizzò la sequenza di immagini, assai forti, dette Metamorfosi di Venere, inclusa la Venus perversa,
che mette in scena immagini di un rituale sadomasochistico. La vicenda della Villa
si lega alla storia tedesca: venne sequestrata all’indomani del conflitto e restituita
nel 1925, poi il governo nazista fece di tutto per cacciare gli artisti «degenerati»,
ossia sgraditi al regime, a cui è dedicata una mostra memorabile al Museo Picasso
di Parigi. Ci fu poi un altro blocco, per il conflitto seguente,e infine le attività
ripresero nel 1959, con il sostegno dell’allora presidente della Repubblica Federale
Tedesca, segnalando figure come Georg Baselitz, Markus Lüpertz e Katharina Grosse.
A questo mondo che ha lasciato un segno importante nelle vicende artistiche di Firenze
è dedicata una mostra interessante e articolata a Sesto Fiorentino, soprattutto
incentrata sul mondo dell’incisione, Sogni
d’Arcadia. Sigmund Lipinsky e gli ultimi tedeschi-romani presentata su tre sedi:
il Centro Espositivo Antonio Berti, La Soffitta Spazio delle Arti e al Rifugio Gualdo,a
Monte Morello, fino al 7 giugno. Il curatore della mostra, organizzata da Francesco
Mariani, è Emanuele Bardazzi, specialista di territori dell’arte simbolista, che
firma anche il ricco catalogo edito da Polistampa. L’artista evocato nel titolo
è stato a lungo a Roma,a Villa Strohl-Fern, dove alloggiava anche Rainer Maria Rilke,
aprendo poi una frequentata scuola a Via Margutta. Moltissimi erano i legami con
Firenze, indagati da Giulia Ballerini in un preciso saggio. Il nesso della città
con il mondo dell’arte germanico, comprendeva anche figure non legate alla Villa
Romana, come Hans-Joachim Staude, paesaggista, che fu spesso a Sesto Fiorentino
ospite della sorella di Einstein Maja o Eduard Bargheer, costretto a fuggire dalla
Germania, come persona non grata al regime, che collaborò alla salvaguardia di alcune
opere durante il conflitto e fu poi legato a Klaus Mann.
Data recensione: 26/04/2025
Testata Giornalistica: Corriere fiorentino
Autore: Luca Scarlini