chiudi

L’autore, ricercatore e amante della storia antica e della cultura classica, racconta, in questo suo libro, la vita di Amerigo Vespucci...

L’autore, ricercatore e amante della storia antica e della cultura classica, racconta, in questo suo libro, la vita di Amerigo Vespucci, narrandola in prima persona, a partire dalla sua fanciullezza spesa, soprattutto, nella Firenze del Quattrocento. Figlio di Nastagio, un notaio, e Lisabetta, Amerigo era il terzogenito. “La mia laboriosa famiglia non poteva certo competere con il prestigio dei Medici. Noi Vespucci, però, eravamo tra i notabili della città; gente facoltosa e di sani principi, rispettata ma non troppo in vista”. Il piccolo Amerigo, fin da bambino, coltivò la passione per le stelle. “Il cielo s’apre agli occhi miei come una carta. E io tento di copiarla perché è bellissimo. È un lavoro lento, difficile, ma mi piace tanto”. Lo zio Giorgio Antonio, fratello del padre e priore del convento domenicano di San Marco, consapevole della sua predilezione per un certo tipo di studi, lo prese sotto la sua tutela, facendolo trasferire nel convento, dove Amerigo si dedicò allo studio della filosofia naturale, del greco, del latino, dell’algebra, della calligrafia, della geografia e allo studio delle stelle e della composizione del creato, le sue materie preferite. La sua abilità nella cartografia fece in modo che Toscanelli, considerato allora il più importante geografo del mondo, lo definisse una dei cartografi più promettenti mai avuti lì, nel convento di San Marco. Ma, nonostante lo zio avrebbe voluto, in cuor suo, che il nipote abbracciasse la regola domenicana, sapeva anche che, se Dio gli aveva dato una “passione per i paesi lontani, lo stava facendo, senza dubbio, per un progetto preciso”. E così, venne il giorno in cui Amerigo lasciò definitivamente il convento, per iniziare a viaggiare. Era il 1478 e, al seguito del cugino Guido Antonio, partì, a cavallo, alla volta di Parigi, per una missione che più “che una semplice missione mercantile, si trattava di una delicata ambasceria diplomatica per rendere più forte Firenze nel confronto di Napoli”. Dopo circa due anni, al suo ritorno a Firenze, Amerigo trovò “un impiego notevole come intendente e uomo di fiducia dei Medici”. E, nel 1492, venne inviato, sempre per conto dei Medici, in Spagna, a Siviglia, dove rimase come agente fisso per condurre in esclusiva gli affari e dove avvenne l’incontro con Cristoforo Colombo, che era lì perché i reali di Spagna avevano finanziato una sua nuova missione, questa volta composta da una flotta di diciassette navi e milleduecento uomini, che salpò il 25 settembre 1943. Amerigo invece salpò, su invito di Alonso de Ojeda, che era stato il comandante in seconda di Colombo, il 18 maggio 1499. Ojeda avrebbe dovuto verificare se le voci sul comportamento del vicerè Colombo, che lo descrivevano come un governatore spietato ed eccessivamente autoritario, fossero vere. Vespucci, per tenersi lontano da questa indagine, una volta attraversato l’oceano con il resto della flotta, si separò da Don Alonso e, con altre due navi, si avviò su una rotta mai tentata da alcun altro esploratore. Nell’Isola di Trinidad ebbe il primo incontro con la popolazione locale. Proseguendo nel viaggio, Vespucci si trovò sulle coste settentrionali di un immenso continente che, a quel tempo, sia lui che Colombo pensavano si trattasse dell’Asia. “Nessuno aveva compreso che ci trovavamo di fronte a una nuova parte del mondo”. Colombo morì senza rendersene conto mentre Vespucci lo capì nel viaggio successivo. Dopo essersi trovati in una laguna, dove gli indiani vive- vano su palafitte, cosa che spinse Amerigo a chiamare quella regione “Veneziola”, perché gli ricordava Venezia, la flotta giunse nell’isola di Hispaniola, dove governava Colombo e dove Ojeda si era recato per verificare le voci sul suo conto. Colombo e Vespucci si incontrarono, e quest’ultimo, poco dopo, partì per le isole Bahamas dove, come gli aveva suggerito il primo “vi crescono alberi ideali per costruire o riparare navi” e dove, quindi, Amerigo avrebbe potuto riparare le sue caracche. Ojeda, intanto, ripartì per la Spagna: “era riuscito nell’intento di radunare un importante numero di documenti provanti tutte le accuse contro il vicerè Cristoforo Colombo”. Il risultato fu che re Ferdinando inviò una delegazione a Hispaniola con il compito di arrestarlo. Nel viaggio di ritorno, quando il comandante della nave gli offrì di liberarsi dalle catene, egli si rifiutò rispondendo: “Io so obbedire signore, nel bene e nel male. Se le loro maestà hanno disposto ciò per me, accetterò di liberarmene soltanto quando loro stessi me lo ordineranno. Da nessun altro accetterò alcun ordine”. Giunto al cospetto dei sovrani, questi disposero di liberarlo dalle catene, togliendogli, però, la carica di vicerè. “Nonostante le tante virtù, difettava in lui quella di saper governare gli uomini”.
Vespucci tornò in Spagna nel 1500, dopo un viaggio durato tredici mesi. Dopo essersi sposato con Maria, di fronte alla perdita di entusiasmo dei sovrani di Spagna a finanziare nuove missioni dopo la vicenda di Colombo, egli accolse la proposta del re del Portogallo, Manuel, l’unico al momento disponibile a finanziare missioni dall’esito incerto, e, nel 1501 partì per il primo viaggio al servizio del Portogallo, verso le coste occidentali dell’Africa, per poi proseguire verso una terra ancora vergine. “Credo, anzi sono certo, che proprio in questo momento noi ci troviamo di fronte ad un nuovo, immenso sconosciuto continente. Questa terra non può essere l’Asia orientale! E non è certo Africa né Europa!”, disse Amerigo al nipote Giovanni che, oramai, lo seguiva in tutte le sue imprese. “Questo non può essere lo stesso continente che vide Marco Polo” ma era, bensì, un nuovo mondo. Rientrato a Lisbona nel luglio del 1502, tornò poi a casa a Siviglia dove la moglie gli chiese di non partire più, anche per salvaguardare la sua salute, visto che ai tropici aveva contratto la malaria senza mai riuscire a liberarsene definitivamente. Nel 1507 una comunità di cartografi, riunitasi presso un’università francese, accolse le sue affermazioni “secondo le quali le enormi estensioni di terra ad occidente dell’Oceano Atlantico erano un nuovo continente e non dovevano considerarsi parte dell’Asia e dell’India”. In onore di colui che aveva compreso che il nuovo continente non apparteneva all’Asia, “il professor Martin Waldseemüller propose formalmente che le nuove terre, le Terrae Americi, portassero il nome di America”.
Data recensione: 01/11/2024
Testata Giornalistica: Rivista Marittima
Autore: ––