«Oh, che musica galante fanno gli spiedoni, quando son pieni di tordi, salcicce e capponi!», cantava
Il libro. I banchetti ridondanti del casato mediceo,
l’ingordigia di papi, notabili e comuni mortali. Tra salami, fegatelli e
cacciagione, Matteo Cecchi fa un affresco della nostra tradizione gastronomica
«Oh, che musica galante fanno gli spiedoni, quando son pieni di tordi, salcicce
e capponi!», cantava, nella Cortigiana, Pietro Aretino, ambito e riverito
commensale alla corte dei potenti. E mangione. Ed è proprio ai mangioni, che è
dedicata questa ricognizione di Matteo Cecchi, fiorentino e curioso di tutto
ciò che riguarda la sua città e la Toscana, dall’arte alla poesia alla gastronomia
(Lo strippapelle. Storia comica della cucina
toscana, presentazione di Luciano Artusi, Polistampa, pp.136, euro 15).
A gustarlo saranno anche i non toscani, purché vogliosi di avventure gastronomiche,
curiosità storiche e suggerimenti per una buona tavolata. Non leggano, invece, questo
libro gli schizzinosi, tipetti pallidi che stanno a dieta vaneggiando di vegana
moralità. Qui siamo in presenza di roba forte, per ghiottoni, «pappatori» e «abbuzziti».
E allora via tra baldorie e bisbocce, sbornie e scorpacciate, tra aneddoti che
Cecchi intreccia facendoci divertire. Tanti gli scenari e i personaggi: e i
fiorentini Medici la fanno da campioni. A partire dai banchetti nuziali. Come
quello che festeggiò l’unione tra il diciannovenne Lorenzo (futuro Magnifico) e
la diciassettenne Clarice Orsini e che durò due giorni, da domenica 4 giugno
1469 al martedì successivo. E non solo mangiarono e bevvero sposi e invitati:
Lorenzo donò al popolino vitelle, capponi, papere e pollastri in gran quantità.
E non mancarono vini e confetti. Un’altra abbuffata col sigillo mediceo avvenne
il 5 ottobre del 1600, quando Maria, figlia del granduca Francesco, fu
impalmata dal re di Francia Enrico IV, «playboy incallito e ugonotto pentito». L’epico
cenone, tenuto nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, vide spolverare con
«maialesca voracità» da seicento augusti convitati ottanta portate. Nel menu
torte verdi, tortiglioni e manicaretti cucinati in mille modi, e castelli di
salame, fegatelli, leprotti lardellati, crostate di cervello, imballi di
tartufi e manzo, pennuti, torte , mele candite, gelato di pere…
Per restare sempre con i Medici di famiglia, va ricordato che Caterina,
consorte del re di Francia Enrico II, «andava in sollucchero per la minestra di
cipolle», di lì poco soupe à l’oignon,
con ribattezzatura transalpina. Ma, ricorda Cecchi, hanno origine toscana e
cateriniana anche le crêpes
(crespelle), il canard à l’orange
(papero alla melarancia) e la béchamel (salsa
di casa nostra, fatta con crema di latte, spezie e brodo di carne), incoronata
col nome gallico da quando il cuoco François de la Varenne, nel 1600, la dedicò
al marchese Louis de Béchamel). Molti gli ingordi tra i papi toscani: Pio II
(Enea Silvio Piccolomini), che, animato da una «voglia insaziabile di cacio
pecorino», si faceva portare le forme dai suoi pastori nel Senese, Leone X , (Giovanni
de’ Medici, secondogenito del Magnifico), che per satollarsi dilapidò qualcosa come
dieci milioni di euro di oggi, Giulio III (l’aretino Giovanni Maria Ciocchi del
Monte).
C’è anche un «Gotha» dei comuni mortali: Lorenzo Scali a merenda mangiava
ventotto ricotte e Marianotto Securini, operaio all’Opera del Duomo di Siena,
ventisette uova sode. Ma, a cercar tra opere, giorni e personaggi della
«Toscana gastronomica» si trova di tutto. E si imparano tante cose: per esempio
che i maiali erano il principale alimento degli etruschi che li portavano a
grufolare nei boschi, al suono del flauto. Non va dimenticata la salsiccia,
«vivanda solennissima», «perfettissima » e «trionfale», che «infilzata allo
spiedo, si sposa al venerabile panunto…». Un’esperienza «ferina e voluttuosa »,
non disdegnata dal malinconico Petrarca che, a detta di Leonardo da Vinci, «se
amò sì forte il lauro/ fu perché gli è bon tra la salsiccia e il tordo». E come
ignorare lampredotti e ricciarelli, fegatelli, piccioni e polpettoni?
Livorno e il cacciucco si meritano un capitolo a parte, e c’è anche la
celebrazione dei ghiozzi, grossi, rozzi, ma saporiti, affidata ai versi di
Lorenzo Berni. Un ricordino goloso si meritano le cee, gli avannotti delle
anguille, vietati per legge dagli anni Ottanta. In giro per Siena, Cecchi ti
accompagna a gustare i ricciarelli (venivano dall’Oriente?) e altre squisitezze
all’ombra della Torre del Mangia, in compagnia della Brigata Spendereccia e con
i sonetti di Folgòre come commento. E di nuovo a Firenze si inneggia alla
bistecca al sangue e ai fagioli al fiasco.
Data recensione: 12/08/2020
Testata Giornalistica: Corriere fiorentino
Autore: Mario Bernardi Guardi