chiudi

Risus abundat in ore stultorum: il fatto che in certi caratteri la risata affiori in continuazione alle labbra, tenendo sempre occupati i muscoli del viso – dice un proverbio medievale – è segno di una corrispondenza scarsa

Risus abundat in ore stultorum: il fatto che in certi caratteri la risata affiori in continuazione alle labbra, tenendo sempre occupati i muscoli del viso – dice un proverbio medievale – è segno di una corrispondenza scarsa di attività nervosa nelle zone più fonde del cranio. Conoscevano bene l’uomo, gli antichi. Il cristianesimo però gli stulti li ha sempre tenuti in un certo onore.
Francesco D’Assisi, ad esempio, si vantava di essere uno di loro: ancora a metà del ‘900 il Seminario di Venegono ospitava, protetta da un clima quasi carbonaro, una ultra cattolina «compagnia degli scemi di Cristo» che ha lasciato un certo segno. Luigi Regoliosi, docente della Cattolica di Brescia e di Milano, sono più di trent’anni che ha in incubazione uno strano libro dedicato a uno di questi finti balordi, un giullare lumbard che la chiesa da 500 anni venera sugli altari, figura vicina a noi eppure praticamente sconosciuta. In Università i professori Claudia Villa, preside di Lettere, e Ivo Lizzola, preside di Scienze della Formazione, hanno presentato questo «Zanebono» di Regoliosi (Mauro Pagliai Editore, pp 112, euro 9) e Giorgio Personelli ne ha letto alcune pagine «È un sogno – racconta l’autore – che ho coltivato da quando, bambino, inventavo storie a fumetti o piccoli spettacoli teatrali». Poi nella vita Regoliosi ha fatto la persona seria, ha lavorato in campo sociale, come pedagogista, si è occupato degli adolescenti e del disagio giovanile. Dopo questi remi, due anni fa ha ripreso in mano gli appunti di una vita e nel giro di tre mesi ne ha cucito un libro. È uno strano pachwork dedicato a Giovanni Bono da Mantova, detto appunto Zanebono (o Zanbono), nato nel 1160 e morto a metà del ‘200, a 81 anni, circondato da fama di profeta e di santo. Aveva cominciato ad annusare la vita, però, scappando di casa a 16 anni, dopo la morte del padre, lasciando sola la madre vedova, e mettendosi a fare il saltimbanco e il giocoliere per le piazze e la campagne d’Italia. Benestante declassato, cristiano di serie B, in sospetto ai preti per quel mestiere girovago, a quarant’anni Giovanni si ammalò gravemente, fece voto di cambiar vita, donò tutto ai poveri e si ritirò eremita in Romagna, prima nei pressi di Bertinoro, poi in un luogo ancora più appartato chiamato Butriolo. Ma la solitudine non era il suo carisma: quelli che passavano di lì si fermavano ad ascoltarlo predicare, Zanabono accoglieva tutti, signori e pezzenti. Era analfabeta, ma anche smessi gli abiti del guitto, lasciava la gente a bocca aperta lo sapeva fare, con i suoi gesti plateali, la mimica del viso, con quel suo italiano un po’ approssimativo -un gramelot alla Dario Fo, per intenderci-. Laico non chierico, quel «Zan» selvatico e buono affascinava i laici e molti cominciarono a vivere come lui, a pregare come lui, a digiunare come lui, che dormiva vestito su una tavola di legno e nei giorni di penitenza la ricopriva di rovi e di cardi, ma sempre in allegrezza, che le porte del Regno dei Cieli si aprono con il sorriso di un bambino. Finì per fondare, quasi suo malgrado, un ordine, quello degli Zamboniti, che prefigurava un po’ quello francescano. A settant’anni poi, proprio come il santo di Assisi, lasciò la sua comunità nelle mani di un discepolo Matteo da Modena, perché si era stufato di occuparsi degli uomini e voleva dedicare i suoi ultimi fiati a Dio. La Chiesa cattolica, lo ha proclamato beato nel 1483: un beato un po’ stupidot -appunto- «un giullare di Dio» padano in tempi in cui il teatro era visto come la ribalta preferita del Diavolo. Un po’ poemetto un po’ brogliaccio teatrale il libro del Regoliosi, muovendosi con libertà dal registro aulico a quello triviale, dai  bigotti ai bifolchi racconta «l’affascinante avventura di un uomo che tra spettacoli di piazza, scontri di sangue e pause di silenzio contemplativo» cercava il senso della vita. «L’accostamento dell’allegria, della comicità, della spensieratezza del clown con la passione di Cristo mi ha sempre colpito» dice Regoliosi. «Cercavo l’icona di una sofferenza che ti rende quasi ridicolo agli occhi della gente. Cominciai a disegnare guitti e fatine che si aggiravano smarriti sulla pista di un circo. Saltimbanchi, straccioni, un trapezista caduto che si stringe la caviglia dolorante...Finché una sera, non so come né perché, mi son trovato a scrivere un dialogo tra un giullare e la Morte. Non la morte fisica, ma la morte morale, spirituale, quella che ti toglie il gusto della vita e ti lascia morto anche se vivo». Sfogliando un libro sul teatro medievale, in una nota a piè pagina ha incontrato poi il suo Giovanni Bono da Mantova. all’inizio ci ha lavorato sopra di fantasia: «la storia, i personaggi, nella prima stesura sono venuti fuori da soli: come se esistesse una leggenda, una favola preesistente di cui io ero l’illustratore. In realtà stavo inventando tutto». Anni dopo «nell’epoca di internet» Regolosi ha deciso di documentasi davvero sullo zanni beato. Il primo finale lo ha scritto nell’ormai lontano 1979 e descrive un Giovanni Bono che «ha ricomposto tutte le fratture, le divisioni e si ritrova nel ruolo di cantore del suo popolo: giullare e insieme sacerdote di u rito in cui tutta la comunità si riconosce». Dieci anni dopo ha ripreso in mano quei quaderni, ha scritto un nuovo epilogo, «più amaro e disilluso, dove Giovanni si definisce giullare senza pubblico e monaco senza convento». Ogni tanto riapriva il testo, dava una ritoccatina al  computer, tagliando e ripulendo. Tre anni fa ha scritto un terzo epilogo «Alla fine il libro ho deciso di lasciarlo così con tre finali; scoprirò poi, leggendo le cronache del tempo, che quelle pagine esprimono tre tappe del cammino di Giovanni, dal momento della pienezza alla stagione della prova quando fu abbandonato dagli stessi seguaci del suo Ordine, fino alla pacificazione finale». Non pensate, però, che Zanebono sia diventato una persona seria. «Giovanni -dice acutamente Rigoliosi- si fece santo perché, nell’intimo era e rimarrà sempre un giullare». Ne l cammino di uno spirito il carattere a volte è un ostacolo, a volte può diventare una strada. La risata per Giovanni diventa una vera arma spirituale. All’inizio del ‘200 di fronte ad un clero spesso corrotto, erano di moda le «nuove religioni» rigoriste (eretiche) dei Catari e dei Patari, gente attratta da una spiritualità «dei Puri»: il Zan ne fracassò le fredde certezze e ne mise a nudo le le intime doppiezze -che spesso sono il cilicio dei moralisti- con il più cattolico dei risi. I suoi Zambonisti seguaci di un santo allegro e ignorante per ironi a della sorte – è il caso di dirlo- nei decenni successivi sarebbero stati protagonisti dell’ascesa intellettuale della grande Università di Bologna, e della sua fama in Europa. Seguivano la regola di Agostino, proprio come quei fratelli che hanno abitato per secoli quella che oggi è l’Università umanistica di Bergamo.
Data recensione: 10/03/2009
Testata Giornalistica: L’Eco di Bergamo
Autore: Carlo Dignola