Nasce in un piccolo casolare, al Margone di Settimello (Calenzano), il 16 novembre 1884. Aiuta fin da piccolo il padre, Tommaso, proprietario di un mulino, insieme ai fratelli Sandro Diego e Renato: egli deve sobbarcarsi il compito della consegna della farina ai vari clienti della zona. Ha modo così, durante il suo lavoro, di contemplare le bellezze della natura. Si può senz’altro affermare che questo risvegliò in lui il senso della narrazione pittorica. All’età di dodici anni figurava già iscritto all’Accademia di Belle Arti di Firenze, allievo del De Carolis. In seguito si accentuano le divergenze di vedute con suo padre circa il futuro, ma per un certo tempo la questione si risolve in favore di Umberto. Intanto egli continua ad alternare lo studio al lavoro, ed ha anche l’opportunità di frequentare lo studio del pittore Giulio Bargellini. L’inizio della sua maturazione artistica coincide con la sua definitiva rottura con l’Accademia. Ciò avviene intorno al 1910. Nello stesso periodo compie il suo primo viaggio a Parigi, viaggio che egli ripeterà più volte per arrivare a una conoscenza sempre più profonda dei maggiori capolavori di tutti i tempi. Nel frattempo egli lavora senza mai esporre le proprie opere, le ripone tutte in una cassapanca, sottraendole alla curiosità di chiunque. A questo punto la sua rottura con la società si fa più grave. Nell’ottobre del ’26 si trasferisce a Sesto Fiorentino dove vive e lavora con la famiglia. Ma i suoi fratelli cominciano a non capirlo. Essi avrebbero preferito che egli si fosse laureato in architettura. Per essi tuttavia Umberto mantiene sempre un affetto vivo. Siamo verso il ’35 e fino ad allora egli ha dipinto molto, senza tuttavia mostrare né tantomeno vendere un pezzo. Il periodo che l’Italia attraversa influisce probabilmente su di lui, nel senso che essendo la sua natura di uomo incapace di scendere a qualsiasi compromesso, egli resta ancor più isolato dal resto del mondo. Le sue giornate le trascorre scrivendo e disegnando, soltanto a sera inoltrata e all’alba esce per procurarsi un poco di vitto. A causa di questi suoi atteggiamenti viene, poco per volta, considerato un anormale. Passano gli anni, ed egli continua a scrivere e disegnare senza curarsi d’altro. Una sua nipote lo può avvicinare saltuariamente, ed egli nei suoi riguardi si mostra gentile, quasi loquace. Quando essa gli domandava perché vivesse in quello stato, lui rispondeva che stava bene così. E aggiunge che la mattina si alza prestissimo per contemplare tutta la bellezza delle prime luci, vivendo come in un sogno e trascrivendo le sue impressioni su di un quaderno. Egli continua a vivere nella solitudine più assoluta, esce solo per procurarsi il necessario indispensabile per sopravvivere. In queste rare sortite è possibile vederlo camminare veloce rasentando il ciglio della strada. Si copre con un cappotto ormai ridotto ad uno straccio e porta un cappellone alla «cow-boy». Verso il ’55 viene privato anche della sua misera dimora ed è costretto a vivere in un’unica stanza. Lì a notte fonda viene colto da crisi di disperazione. Fu mentre era in preda a una di queste, che incendiò addirittura la sua stanza. Talvolta esce in strada gridando, ma basta che qualcuno lo avvicini ricordandogli la pittura, perché la sua disperazione si plachi ed egli si metta a spiegare al suo interlocutore quali siano i suoi intenti e quali i suoi traguardi nel campo artistico. Era una scena commovente vederlo prima agitato e sofferente, e poi appena iniziato il dialogo divenire dolce e socievole e desideroso di prolungare il colloquio quasi all’infinito. In ultimo le sue crisi aumentarono finché fu ricoverato in una casa di cura a Livorno, vicino al fratello Renato, che abitava nella stessa città. Muore a Livorno il 26 febbraio 1962.
Nasce in un piccolo casolare, al Margone di Settimello (Calenzano), il 16 novembre 1884. Aiuta fin da piccolo il padre, Tommaso, proprietario di un mulino, insieme ai fratelli Sandro Diego e Renato: egli deve sobbarcarsi il compito della consegna della farina ai vari clienti della zona. Ha modo così, durante il suo lavoro, di contemplare le bellezze della natura. Si può senz’altro affermare che questo risvegliò in lui il senso della narrazione pittorica. All’età di dodici anni figurava già iscritto all’Accademia di Belle Arti di Firenze, allievo del De Carolis. In seguito si accentuano le divergenze di vedute con suo padre circa il futuro, ma per un certo tempo la questione si risolve in favore di Umberto. Intanto egli continua ad alternare lo studio al lavoro, ed ha anche l’opportunità di frequentare lo studio del pittore Giulio Bargellini. L’inizio della sua maturazione artistica coincide con la sua definitiva rottura con l’Accademia. Ciò avviene intorno al 1910. Nello stesso periodo compie il suo primo viaggio a Parigi, viaggio che egli ripeterà più volte per arrivare a una conoscenza sempre più profonda dei maggiori capolavori di tutti i tempi. Nel frattempo egli lavora senza mai esporre le proprie opere, le ripone tutte in una cassapanca, sottraendole alla curiosità di chiunque. A questo punto la sua rottura con la società si fa più grave. Nell’ottobre del ’26 si trasferisce a Sesto Fiorentino dove vive e lavora con la famiglia. Ma i suoi fratelli cominciano a non capirlo. Essi avrebbero preferito che egli si fosse laureato in architettura. Per essi tuttavia Umberto mantiene sempre un affetto vivo. Siamo verso il ’35 e fino ad allora egli ha dipinto molto, senza tuttavia mostrare né tantomeno vendere un pezzo. Il periodo che l’Italia attraversa influisce probabilmente su di lui, nel senso che essendo la sua natura di uomo incapace di scendere a qualsiasi compromesso, egli resta ancor più isolato dal resto del mondo. Le sue giornate le trascorre scrivendo e disegnando, soltanto a sera inoltrata e all’alba esce per procurarsi un poco di vitto. A causa di questi suoi atteggiamenti viene, poco per volta, considerato un anormale. Passano gli anni, ed egli continua a scrivere e disegnare senza curarsi d’altro. Una sua nipote lo può avvicinare saltuariamente, ed egli nei suoi riguardi si mostra gentile, quasi loquace. Quando essa gli domandava perché vivesse in quello stato, lui rispondeva che stava bene così. E aggiunge che la mattina si alza prestissimo per contemplare tutta la bellezza delle prime luci, vivendo come in un sogno e trascrivendo le sue impressioni su di un quaderno. Egli continua a vivere nella solitudine più assoluta, esce solo per procurarsi il necessario indispensabile per sopravvivere. In queste rare sortite è possibile vederlo camminare veloce rasentando il ciglio della strada. Si copre con un cappotto ormai ridotto ad uno straccio e porta un cappellone alla «cow-boy». Verso il ’55 viene privato anche della sua misera dimora ed è costretto a vivere in un’unica stanza. Lì a notte fonda viene colto da crisi di disperazione. Fu mentre era in preda a una di queste, che incendiò addirittura la sua stanza. Talvolta esce in strada gridando, ma basta che qualcuno lo avvicini ricordandogli la pittura, perché la sua disperazione si plachi ed egli si metta a spiegare al suo interlocutore quali siano i suoi intenti e quali i suoi traguardi nel campo artistico. Era una scena commovente vederlo prima agitato e sofferente, e poi appena iniziato il dialogo divenire dolce e socievole e desideroso di prolungare il colloquio quasi all’infinito. In ultimo le sue crisi aumentarono finché fu ricoverato in una casa di cura a Livorno, vicino al fratello Renato, che abitava nella stessa città. Muore a Livorno il 26 febbraio 1962.