Elena Salvaneschi

Elena Salvaneschi nasce a Pavia il 20 settembre 1900. La famiglia, appartenente all’alta borghesia cittadina, è composta dal padre Ettore, autoritario generale dell’esercito, dalla madre Margherita Biagini e dal fratello Nino. Della sua infanzia si sa ben poco, né se ne trovano tracce negli archivi della città. Ciò fa supporre un precoce spostamento della famiglia a Torino per gli impegni di lavoro del padre o per quelli del fratello, divenuto giovanissimo collaboratore de «La Gazzetta del Popolo» e de «La Stampa». A Torino la Salvaneschi frequenta l’Istituto Superiore Margherita di Savoia, conseguendo il diploma. Tra le poche memorie della sua giovinezza, i numerosi disegni della collezione Fabiani testimoniano la nascente passione per la pittura – passatempo allora diffuso tra le signorine di buona famiglia. Come rivela l’evidente impostazione teorica di alcuni degli schizzi giovanili, è molto probabile che la Salvaneschi abbia avuto come primo maestro un artista di tradizione accademica come Alberto Rossi, autore fra l’altro dei due ritratti della pittrice sempre nella raccolta Fabiani.
Determinante per lo sviluppo del proprio stile è la conoscenza tra Elena Salvaneschi e Felice Casorati negli anni Venti. Seconda allieva ammessa dopo Nella Marchesini, la scelta di frequentare la scuola del maestro denota nella Salvaneschi una volontà di apertura in contrasto con il tradizionale ambiente intellettuale torinese, ancora arroccato nella difesa di un gusto ormai superato dalle più recenti esperienze mitteleuropee. L’accademia è per lo più formata da elementi femminili appartenenti all’alta borghesia cittadina, come Paola Levi Montalcini, Giorgina Lattes, Marisa Mori, Andreina Baj, Tina Mennyey. L’esperienza vissuta nello stabile di via Galliari è determinante per lo sviluppo dello stile personale della Salvaneschi dal quale emerge con forte evidenza la lezione di Casorati.
Gli anni Trenta segnano per la pittrice un periodo di grandi svolte. Prima fra tutte il ritorno a Pavia tra il 1930 e il 1931, e il conseguente allontanamento dalla scuola casoratiana. Ma già nel 1933 lascia la città natale per spostarsi a Firenze, anche a causa della relazione con Francesco Fabiani, padre di Francis. Dopo il successo della
 personale tenutasi nella storica sede del Lyceum di via Ricasoli, la pittrice approfondisce l’amicizia con Jolanda De Blasi, presidentessa del circolo artistico, iniziando a collaborare come organizzatrice culturale: entra nel consiglio direttivo del Lyceum prima come vicepresidente della sezione artistica, poi come referente principale fino al 1935. Da quell’anno la Salvaneschi sparisce improvvisamente sia dalle cronache artistiche del circolo, sia dall’elenco delle socie.
Sono invece numerose, nella seconda metà degli anni Trenta, le partecipazioni a esposizioni più o meno prestigiose, come soprattutto le Mostre d’Arte Toscana organizzate dal Sindacato Interprovinciale Fascista, che divengono un appuntamento ricorrente. Nel 1943 la pittrice torna al Lyceum, partecipando a una collettiva sociale con ben quattro dipinti, quantità massima in virtù dell’alta considerazione tributata alla sua arte. Questa sarà l’ultima esposizione, almeno tra quelle rintracciate, alla quale partecipò. Certamente l’aggravarsi della guerra portò a un brusco rallentamento dell’attività artistica della Salvaneschi, che si rifugia nella casa di campagna dei Fabiani ad Ambra, vicino ad Arezzo, facendo ritorno a Firenze soltanto poco prima della Liberazione. Se ne perdono le tracce fino al 1948, quando la pittrice invia tre quadri alla Biennale che però non verranno accettati nonostante Casorati faccia parte della Commissione per le Arti Figurative.
A testimoniare l’ultimo decennio della sua vita rimangono delle opere realizzate con la stoffa, forse retaggio di una sua precedente attività di figurinista. Elena Salvaneschi muore a Firenze il 26 marzo 1961, senza lasciare eredi.

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